The Salt in Our Waters, di Rezwan Shahriar Sumit

Il quinto lungometraggio del regista convince, più che per la tecnica, per l’incessante scontro uomo-natura e i sottotesti antropologici e filosofici. Fuori Concorso al Torino Film Festival

Rudro è uno scultore. Vuole fare una nuova installazione e attraversa l’oceano su una nave mercantile per arrivare, col suo container in legno pieno di statue, su un’isola rurale del Bangladesh. Qui trova una cultura e degli abitanti totalmente distanti dalla caoticità e la vita culturalmente attiva della sua città d’origine e deve impegnarsi, soprattutto dopo il fallimento dell’annuale battuta di pesca, per far cambiare idea agli anziani che lo accusano, con la sua idolatria, di aver portato povertà e carestia in una terra destinata a sparire tra cielo e mare.

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Al Torino Film Festival, Fuori Concorso, arriva Rezwan Shahriar Sumit con il suo quinto film, The Salt in Our Waters, che convince, più che per la tecnica, per l’incessante scontro uomo-natura e i sottotesti antropologici e filosofici che analizzano l’importante ruolo dell’arte come atto rivoluzionario e di liberazione nella crescita di ogni popolo. L’arrivo di Rudro sulla nave è un arrivo che cerca di risvegliare le coscienze tramite un altro tipo di peste, ben diversa da quella di Nosferatu, che da lì a poco contagierà tutti gli abitanti del luogo. Gli autoctoni non hanno minimamente idea di cosa sia l’arte, la scambiano per profana idolatria pronta a influenzare negativamente le menti dei giovani che, dopo l’arrivo dell’artista, sempre più frequentemente scappano dai riti e dalle lezioni tenute dal Messere per frequentare la bottega d’arte.

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È un Capri-Revolution versione Bangladesh quella di Rezwan Shahriar Sumit, dove l’isola viene devastata dalle stesse forze “benefiche” della natura, che sostituiscono la guerra di Martone, che sostentano quella terra donandole pesce e cianfrusaglie arrugginite provenienti da mari lontani. Anche qui, per stessa ammissione dei più piccoli protagonisti “I maschi son facili da fare, mentre le donne no”, ma al contrario, quello che invade non è un altro Saybu, ma un semplice scultore alla ricerca di se stesso e di quel contatto col padre sempre fuori campo. È addirittura lui, Rudro, ad un certo punto ad essere invaso. Perde tutte le certezze che si era costruito prima di arrivare sull’isola. Si lascia invadere da quel microcosmo incontaminato che entra a far parte pure della sua arte; perchè certe cose, in fin dei conti, non si possono cambiare. La terra pian piano lo abbandona, anche lui è un martire. Rimane come una vecchia nave incagliato sulla sabbia. Cerca di rimanere a galla nella pozza di sangue di una vacca che bagna l’oceano, dopo aver finalmente esaudito il desiderio paterno di un futuro da ingegnere capace di costruire nuove abitazioni per quei poveri disgraziati; resistendo per un’ultima volta, aspettando la nuova vita, in un container in legno che fa da arca di Noè nel diluvio universale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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