The Sandman, di Gaiman, Goyer e Heinberg

A volte si piega troppo al materiale originale, ma spinge Netflix verso lidi concettuali solitamente inesplorati e consegna allo spettatore uno dei suoi Alter Ego più puri e definiti

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È stata prodotta e distribuita da Netflix. ma, in realtà, la serie The Sandman, la saga a fumetti che Neil Gaiman sulle peripezie di Morfeo, il Dio Del Sogno è l’epilogo di un proposito che era nell’aria almeno da una trentina d’anni senza aver avuto la possibilità di concretizzarsi. Il motivo, prevedibile, è l’apparente infilmabilità del materiale, troppo visionario, troppo pensoso per un medium diverso dalla carta stampata. Ma i tempi, il pubblico, cambiano e Netflix, non nuova a manovre di questo tipo, si lancia in questa rischiosa operazione di salvataggio.

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Pronti via, dunque, e tuttavia lo sviluppo prende già una strada imprevista. Perché Netflix, forse per la prima volta, progetta The Sandman guardando fuori di sé, alla serialità BBC, ai suoi caratteristi, alla sua messa in scena curata, al ritmo compassato delle sue narrazioni. Ma soprattutto, da quel mondo David Goyer recupera l’impostazione antologica del racconto, simile a quella del fumetto. Ecco dunque che i dieci episodi della serie si possono suddividere in due tronconi da cinque episodi l’uno, ispirati ai primi due volumi della saga. Nel primo, Morfeo, liberatosi da una prigionia durata anni, cerca di recuperare i suoi artefatti magici, attraverso cui poter tornare a governare le Terre Del Sogno; nel secondo, invece, il protagonista dovrà proteggere Rose Walker, una ragazza con straordinari poteri che le forze del male vorrebbero usare per i loro fini.

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È un approccio rischioso, quello della serie, che si affida forse troppo al suo cast (soprattutto quello secondario), per sostenersi e che a tratti ha troppi timori a elaborare fino in fondo il materiale di Gaiman, per renderne più coese certe asperità o anche solo per snellirne la scrittura. Così ecco che il Corinzio di Boyd Holdbrook ed il Gilbert di Stephen Fry tengono meglio la scena rispetto alla Rose di Kyo Ra, ecco che la seconda tornata di episodi, pur non priva di momenti luminosi, risulta più convenzionale del primo atto, liberissimo, quasi sperimentale nel suo approccio. E tuttavia, al massimo sbanda, The Sandman di Netflix, ma non esce mai di carreggiata e, anzi, a tratti riesce non soltanto a lanciarsi in suggestive sequenze dallo spiccato gusto visivo ma anche ad adattare senza particolari traumi alcuni dei momenti più radicali della scrittura di Gaiman (come nell’episodio apertamente teatrale 24/7), parentesi narrative in cui, tra l’altro, il protagonista è volutamente lasciato in secondo piano, pronto a sostenere un racconto che tuttavia riesce a reggersi anche senza di lui.

Sandman

 

Forse è proprio questa apparente “alterità” del suo protagonista, pericolosissima per il coinvolgimento dello spettatore, la radice dell’infilmabilità di The Sandman. Non si tratta solo, ovvio, della morale ambigua del suo protagonista (già da quel punto di vista il Morfeo di Sturridge, spigoloso, severo e comunque eroico, è straordinariamente affascinante), ma soprattutto del suo ruolo narrativo.

Morfeo è in effetti sempre “sulla soglia” del racconto, osservatore quasi passivo della vicenda vissuta da altri eroi o antagonisti, da altri personaggi, a cui offre supporto o a cui si contrappone in minore, come un vero e proprio Deus Ex Machina. La serie abbraccia pienamente questo paradosso, ne soppesa la sostanza, lo radicalizza, a suo modo. Ma soprattutto riflette in modo lucido e spiazzante sulla sua contemporaneità: perché Morfeo, riemerso oggi nel marasma della serialità ha tutto il peso di un’allegoria del nostro essere spettatori, un’entità che incarna non soltanto il gesto di manipolare le immagini ma anche l’atto del guardare un evento dall’esterno. The Sandman trova dunque una ragion d’essere nell’esperienza di visione, nello spazio della fruizione, nella coraggiosa sovrapposizione tra “noi” e lui, più che nel suo spazio narrativo. E, forse proprio per questo, non è un caso l’evento più eclatante legato al progetto Netflix sia avvenuto nello spazio limbico della piattaforma, con un ulteriore episodio (tra l’altro particolarmente coraggioso, con una divagazione addirittura nell’animazione), l’undicesimo, a completare la serie e distribuito “all’improvviso”, una settimana dopo l’uscita ufficiale, come un’add-on, un’espansione, un rimarcare, evidentemente, il dialogo del progetto con lo spazio digitale della fruizione.

Indeciso se essere un prodotto pienamente pop o se aprirsi a squarci concettuali, malgrado il suo approccio tutto sommato equilibrato The Sandman non ha paura di interrogare il nostro destino di spettatori, infilandosi, a suo modo, nella stessa linea di Scissione di Apple, una deriva inattesa e per certi versi sorprendente da parte di una piattaforma che è sempre parsa più interessata a far consumare immagini al suo pubblico piuttosto che a interrogarsi sulla natura delle stesse.

 

Titolo originale: id.
Creata da: Neil Gaiman, David Goyer, Allan Heineberg
Regia: Mike Barker (Episodio 1) Jamie Childs (Episodi 2, 3, 4 e 5), Mairzee Almas (Episodio 6), Andrès Baiz (Episodio 7 e 8), Coralie Fargeat (Episodio 8), Louise Hooper (Episodio 10 e 11 parte 2), Hisko Hulsing (Episodio 11 parte 1)
Interpreti: Tom Sturridge, Boyd Holbrook, Jenna Coleman, Stephen Fry, Gwendoline Christie
Distribuzione: Netflix
Durata: 11 Episodi, 37-64′ minuti a episodio
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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