The Shift, di Alessandro Tonda

Un esordio di sorprendente solidità che gioca con il cinema puro, un’economia di linguaggio che tiene insieme lo sguardo inquieto per le strade di Bruxelles e una struttura da genere USA. #RomaFF15

Alessandro Tonda esordisce alla regia dopo quasi quindici anni di carriera sui set del nostro cinema (Paolo Franchi, Grassadonia e Piazza…) e della nostra serialità (Romanzo Criminale, Gomorra, Suburra) con un film di sorprendente solidità, dal piglio mutuato dalla filmografia americana più “tosta” (il Donner di Solo due ore ma volendo anche la peak tv come 24, o addirittura Jan de Bont!) ma virato dell’urgenza stradaiola dello sguardo irrequieto del dop Benoît Dervaux (quello degli ultimi Dardenne) e del montaggio tesissimo e micidiale di Simone Manetti. La “fine turno” dell’ambulanza dei paramedici Adamo Manfredi Dionisi e la strepitosa Clotilde Hesme (Adèle di Les Revenants, interprete per Honoré, Ruiz, Garrel, Brizé…) si trasforma in una folle corsa per il traffico di Bruxelles con a bordo un giovanissimo attentatore che non ha ancora avuto il coraggio di premere il bottone della cinta esplosiva che ha addosso: qual è il piano del ragazzo, Eden, che prende in ostaggio i due stanchissimi infermieri che stavano per staccare dal turno di notte, e li costringe a vagare per la città sotto la minaccia di farsi saltare in aria da un momento all’altro?
Tonda setta sa subito il mood del suo film con il pianosequenza iniziale che dall’autobus che ferma davanti alla scuola ci accompagna nell’atrio dell’edificio dove Eden e Abdel mettono in atto il loro attentato di matrice islamica: l’obiettivo sta addosso ai personaggi e allo stesso tempo bracca lo spettatore, sentiamo il peso del pericolo imminente anche quando siamo al di fuori dall’angusto abitacolo dell’ambulanza in cui The Shift ambienta gran parte della battaglia psicologica tra Isabel e i dubbi del ragazzo sul seguire o meno la via di martire che gli è stata acchittata. Infatti, il film segue anche le traiettorie della squadra di polizia che cerca di scovare l’attentatore svanito per i quartieri di Bruxelles, e dei basiti genitori di Eden, quest’ultima forse la sezione più debole dell’affresco, che funziona meglio quando abbandona la via sociologica per farsi genere puro.

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Il nervosismo che innerva le immagini sottotraccia passa verticalmente dallo sguardo deciso del commissario davanti ai monitor della caccia all’uomo, tra i mille occhi dei satelliti, i messaggi criptati che rimbalzano sui social, e le videocamere sui caschi delle sue unità sul campo, allo sguardo altrettanto deciso di Adamo, che guida l’ambulanza sempre più lontano dal centro, verso il “quartiere difficile” Molenbeek, che qualcuno chiama addirittura Bruxellistan. Tonda gioca con gli elementi nudi e crudi del cinema e della sua messinscena, il commento musicale dei Mokadelic (portati in dote dalle esperienze televisive del regista, di cui il gruppo firma puntualmente le partiture) fa capolino in sparutissimi punti strategici: per il resto, le sue accensioni e i suoi attimi sospesi The Shift li mantiene in piedi mediante una gestione sorprendentemente matura dei propri strumenti a disposizione, un’economia di linguaggio che si traduce in un’esperienza di visione affilatissima e immersiva, vicina per molti versi al recente Shorta di Venezia e benedetta da un’inquietudine che non sembra intenzionata a placarsi in alcuna ipocrita catarsi.

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RIFF AWARDS 2020

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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