The Smashing Machine, di Benny Safdie

Il cineasta torna sulle ossessioni sue e del fratello Josh, lo sport e la dipendenza, e con il solito lavoro sulla colonna sonora. Miglior regia alla 82° Mostra del Cinema di Venezia.

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Ad un certo punto, Mark Kerr si rassegna. Durante il match che lo porta alla prima sconfitta, sembra incapace di reagire alla tempesta di ginocchiate che lo colpiscono alla testa mentre è immobilizzato a terra dall’avversario: è colpa della sua dipendenza da antidolorifici, si dirà, e del fatto che è troppo sicuro di sé, non segue più le regole ferree della vita del lottatore professionista. Ma quando la situazione si ripropone pressoché identica molti mesi dopo, un Kerr che appariva come rimesso a nuovo si dimostrerà nuovamente altrettanto incapace di reagire, immobile sul tappeto con la testa tra le mani. Il wrestler non vuole più combattere, si lascia sottomettere, rinuncia allo scontro (“ci sono passato anche io, amico”, confessa Bas Rutten, storico coach e commentatore delle MMA, qui nel ruolo di se stesso come molte altre apparizioni).
Si tratta probabilmente dell’immagine più potente di questo esordio “in solitaria” di Benny Safdie dietro la mdp per il grande schermo (Benny aveva già firmato senza il fratello Josh la straordinaria serie The Curse), il gigante Dwayne The Rock Johnson che si lascia mettere al tappeto, quasi sembra cercare la sconfitta, lui che “là fuori”, sui social, si fa guru del del pensiero motivazionale legato al successo e alla lotta quotidiana per essere dei vincenti: ecco, The Smashing Machine è esattamente un film sulla rassegnazione, sulla resignation, uno dei grandi temi della cultura americana di questi anni.
E lo è anche se è ambientato tra il 1997 e il 2000, quando forse eravamo tutti un po’ meno rassegnati: eppure, Mark Kerr passa le giornate a fissare il televisore con gli occhi vitrei, seduto sul divano di casa dopo la prima volta che perde un incontro, la mente che vaga quasi come se riuscisse ad ascoltare e volesse inseguire le onde ascensionali della pazzesca partitura della jazzista-prodigio Nala Sinephro, musicista belga-caraibica classe 1996 a cui Benny Safdie (anche montatore) riserva il classico trattamento dei suoi film precedenti “in coppia”, la colonna sonora che non smette per un istante di costruire strati sonori sulle immagini, “riempiendo” ogni secondo come siamo stati abituati a sperimentare in opere come Good Time o Diamanti Grezzi (anche solo nell’incipit, il “finto repertorio televisivo” è incessantemente rincarato da un monologo estenuante del protagonista sulla sensazione di essere osannato dal pubblico dei suoi match…).

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Certo, manca la frenesia cittadina, la schizofrenia metropolitana su cui Benny Safdie insieme al fratello aveva costruito uno stile direttamente connesso con la mitologia della cinematografia (soprattutto) newyorkese, ma ritornano alcuni mantra della loro poetica come l’ambientazione sportiva e i personaggi che combattono la propria battaglia contro la morsa della droga.

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Infatti, The Smashing Machine è un film sui primi anni di attività dell’Ultimate Fighting Championship (e quindi uno sport-movie, con tutte le stazioni del canone al punto giusto, il training montage, il fallimento e il ritorno in pista, una Adriana al fianco del nostro Rocky), è un film sulla dipendenza, ed è un film sulle relazioni di coppia (che hanno bisogno di regole di contatto proprio alla stregua di un’arte marziale) – e se è, anche, un film su Dwayne Johnson (non tanto per una recitazione che appare un po’ troppo spesso in catalessi, quanto per la cordialità con cui si rivolge a fan e colleghi, una delle virtù più note del “vero” The Rock), lo è nella misura in cui si rivela altrettanto una storia su/di Ryan Bader, reale lottatore di arti marziali miste qui nel ruolo di Mark Coleman, figura il cui arco narrativo quasi ruba la scena al protagonista, in un meccanismo che ricorda apertamente quello attuato da David O. Russell sui fratelli Ward nel suo The Fighter.

Perché, per raccontare la vera vicenda del campione Mark Kerr, una delle prime leggende dell’allora agli albori mondo delle MMA, il regista non può rinunciare alla vena cinefila che da sempre contraddistingue i film dei Safdie, e O. Russell è un veicolo per “accendere” un’evidente vena scorsesiana (più che lo scontato riferimento al Wrestler di Aronofsky che viene e verrà fatto al riguardo), soprattutto nella playlist di classici del pop e nei litigi tutti sopra-le-righe, che oggi chiameremmo “tossici”, come in un Toro Scatenato o Casino, tra il protagonista e la fidanzata Dawn (Emily Blunt in una performance di isteria crescente da Oscar).
Alla fine è tutto qui, rassegnarsi al tempo che passa, all’amore che diventa come un frullato sbagliato, agli amici che vengono e vanno: in questa metafora scoperta sul nostro bisogno di controllo sulle cose, sugli altri e sulle nostre emozioni, che spoglia gli incontri di lotta da qualsiasi fascinazione ed epica, che sta stretta ai propri personaggi con l’immancabile macchina a spalla a distanza ravvicinata, la verità di The Smashing Machine è che, tutta questa smania di controllo, è assai più liberatorio lasciarla scorrere via come gocce d’acqua sotto la doccia dopo un match, abbozzando una risata.

 

Premio Leone d’argento – Premio speciale per la regia a Benny Safdie alla 82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

 

Titolo originale: id.
Regia: Benny Safdie
Interpreti: Dwayne Johnson, Emily Blunt, Ryan Bader, Bas Rutten, Oleksandr Usyk, Lyndsey Gavin, Satoshi Ishi, James Moontasri, Yoko Hamamura
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 123′
Origine: USA, Giappone, Canada, 2025

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