“The Social Network”, di David Fincher

jesse-Eisenberg-the-social-networkCi sono almeno due film, ma forse tre, quattro, cinque film (F5=5 film?), in questo The Social Network. Da un lato ci sta la fredda lucidità dello sceneggiatore Aaron Sorkin, che sulle orme del libro di Ben Mezrich “The Accidental Billionaires” ripercorre la storia del co-fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, del suo amico e socio Eduardo Saverin, e delle diverse vicende legali che, dopo il successo del Social Network, sono esplose sulla proprietà dell’idea e del marchio. Sorkin è spietato e “politicamente corretto”: non sceglie di parteggiare per qualcuno, e racconta, con pari dignità “legali”, tutti e tre i punti di vista della storia, quello di Zuckerberg, il ragazzo prodigio che in una notte inventa un network che coinvolge subito centinaia di studenti, quello del suo socio “tradito” Saverin, e quella dei due fratelli Winklevoss, che avevano commissionato a Zuckerberg una prima idea di social network universitario. Tre ragazzi degli anni duemila, anzi quattro, cinque con il fondatore di Napster Sean Parker, che irrompe nella storia per dare slancio e dinamismo a un’idea già forte ma che aveva bisogno dell’energia vitale dei grandi capitali. E il film si dipana tra le stanze dell’università più esclusiva, Harvard, e quella degli uffici legali dove i ragazzi e i loro avvocati provano a ricordare e raccontare la storia, nella speranza di trasformare un possibile guerra legale in un concordato milionario (come poi avverrà).
the_social_networkChe racconta il film di Aaron Sorkin? Con la lucidità del cinema “politico” degli anni settanta, Sorkin racconta la “Nascita di una nazione” di Facebook, ovvero la terza (per il momento, ottobre 2010), più popolosa al mondo, con i suoi 500 milioni di utenti/abitanti… Una nazione che sta scardinando proprio quei “confini” che hanno fatto nascere qualche secolo fa l’idea stessa di Nazione. Niente confini, dunque, il mondo digitale del social network mette in contatto gli umani in una dimensione volontaria, dove ognuno partecipa creando una propria identità da mostrare agli altri, raccontando di se stesso, la propria vita “mentre la si sta vivendo”. Digitale, interattivo, condiviso, le tre verità del “nuovo mondo” dei social network. E mentre sociologi, giornalisti (spesso di altri media) e altri esperti discutono del “nuovo corruttore” delle giovani generazioni, e parlano di “comunicazione vuota”, di mancanza di “contatto con il mondo reale”, ecc… un terrestre su dodici popola e contribuisce all’esistenza di questo luogo, nato in una notte di rabbia e birra (troppa birra, forse…, troppa rabbia, certo…), dopo che una ragazza aveva mollato il suo ragazzo.
E’ qui, in questo sguardo terribilmente malinconico – che Jesse Eisenberg rende magnificamente riuscendo a non far ridere mai il suo personaggio, tuttalpiù a manifestare un abbozzo di sorriso quando, insieme al suo team, festeggia il milionesimo iscritto al network – in quest’osservare con una tenerezza sottile il suo ragazzaccio “nerd”, che sta l’altro film, quello che lo sguardo “non autoriale” eppure magicamente cinematografico di David Fincher, ci restituisce. Fincher, al contrario del suo sceneggiatore (meravigliosamente “tradito” dal suo regista proprio come Zuckerberg ha fatto con Saverin) la sua scelta l’ha fatta. Sì, segue le tre storie, ma il modo in cui ci restituisce il “suo” personaggio è già un “altro film”. Zuckerberg viaggia in un’altra dimensione, mentre gli altri sono ancora nel mondo tridimensionale “reale”. E’ cattivo, anche bastardo, ma terribilmente sincero. Fragile e solo, in un mondo dove contano poco i sentimenti e molto la capacità di sopraffare l’altro, attraverso la forma più moderna di comportamento attuale: l’ipocrisia. Ogni personaggio cerca di mostrarsi migliore di Zuckerberg. Dalla sua (poi ex) ragazza, che ne disprezza l’apparente cinismo e insensibilità, al suo amico che lo accusa di scavalcarlo nella politica “aziendale”, ai fratelli Winklevoss, animati da una presunta eticità harvardiana, che prima di scatenargli addosso i legali cercheranno altre vie per fermare l’impeto irrefrenabile di Zuckerberg.
the-social-network david fincherMa se la sceneggiatura vola tra i personaggi deliberatamente non scegliendo, “abbiamo raccolto dei fatti e abbiamo creato una verità. In particolare ne abbiamo create tre”, spiega Sorkin, il film di Fincher sceglie manifestamente di stare dalla parte del cattivo ragazzo, mostrandocene tutta la gamma di sentimenti espressi (la passione, l’ira, la vendetta, ecc..) e inespressi (il bisogno di comunicare e condividere), raccontandolo come un fantastico gangster “public enemies” degli anni trenta, in tutto il suo essere un eroe tragico, quello di cui “innamorarsi” ma che alla fine cade inevitabilmente ucciso. Ma quello era ancora il “romantico” XX secolo, nel XXI l’eroe tragico resta con la pietra nel cuore, ha spalancato le porte della comunicazione a mezzo mondo e, miliardario, resta davanti al suo notebook a guardare, tra i tanti possibili, ancora una volta il profilo della sua ex ragazza. Con l’imbarazzo da vero nerd, tentenna, sfiora i tasti, ma alla fine cede di fronte alla sua stessa “macchina sociale”: le chiede l’amicizia. E il resto è solo un continuo F5, come se l’aggiornarsi/vivere sia ormai solo e disperatamente un refrain digitale.

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    non so se mi sono commossa di più a vedere il finale del film o a leggere il finale della recensione… Fincher ha un cuore nero

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    Caro Federico Chiacchiari, non se sia più bello vedere i film di cui parli o leggere le tue recensioni. Questa cosa mi succede dai tempi di Cineforum. Complimenti a Sorkin, a Fincher e a te.

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    quanto mi ha commosso questo finale!!! E' possibile pensare che Facebook sia stato creato per "mancanza d'amore"? E se così fosse non è pazzesco che ci stiamo tutti, lì dentro? Facebook è un'invenzione senza futuro o no? grazie della preziosa recensione, illuminante!

  • http://persogiadisuo.blogspot.com/
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    Bellissimo commento!

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    questo film mi ha letteralmente rapito. Zuckerberg è nel futuro, la sua mente viaggia a una velocità diversa da quella del socio Eduardo e dei fratelli Winklevoss. E' circondato da "perdenti". Da persone che stanno sempre un passo indietro. Un thriller che diventa un film giudiziario, passando per le feste universitarie e ritorno…la colonna sonora è viva, ha un'anima. grande Fincher

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    bellissimo film, stimolante recensione. continuate così