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The Things You Kill, di Alireza Khatami

Un noir esistenziale che è soprattutto una lucida riflessione su una virilità fragile. Non inventa nulla di nuovo ma è inesorabile nel raccontare un mondo sul baratro. #ROFF20. Progressive Cinema

E così perché alla fine è andato a fare ricerca in Canada? Anche noi, qui, in Turchia, possiamo vantare grandi esponenti della nostra letteratura“, chiede il responsabile dei corsi universitari ad Alì, che ha appena concluso da docente, in quella facoltà, un corso di traduzione. La domanda è velenosa, vorrebbe essere l’esca per portare Alì, nato e cresciuto in Turchia e scappato in Canada a lavorare appena è stato possibile, ad ammettere che forse del destino della sua patria non gliene è mai interessato davvero. L’uomo però non ha dubbi: racconta al suo capo la sua infanzia di bambino e poi ragazzo fragile, escluso, bullizzato, rievoca l’atteggiamento autoritario di suo padre e poi ammette senza termini che quell’uomo, violento, dispotico, una volta colpì sua madre talmente forte da renderla quasi paralizzata. Ecco, forse è soprattutto per questo, per allontanarsi da quel gesto e da suo padre, che il protagonista di The Things You Kill è scappato.

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Solo che, evidentemente, non è mai scappato davvero. Suo padre Hamid sarà, anzi, il protagonista occulto del film di Alireza Khatami. Alì sospetterà di lui quando riceverà la notizia che la madre è stata ritrovata misteriosamente morta in casa ed il padre diventerà l’ovvio bersaglio di una personale vendetta, in cui Alì coinvolgerà anche Reza, un mite giardiniere che lo accompagnerà a riaddrizzare dei torti vecchi di anni ma lo lascerà solo quando ci saranno da fare i conti con i sensi di colpa e le conseguenze del suo gesto.

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The Things You Kill sembra soprattutto un film sui fantasmi nascosti tra le radici della propria cultura, sulla necessità (ancora) di uccidere i propri padri per trovare la propria voce o quantomeno di ridefinire il concetto stesso di paternità, per renderlo adatto ad un mondo che forse non è fatto per accogliere nuovi nati.

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Ma si può andare oltre: forse il film di Khatami è soprattutto una riflessione su una virilità che, da fondamento culturale, finisce per essere sempre più messa in parentesi. E allora tanto vale interrogarsi sulla sua necessità oggi, capire cosa farsene di quell’idea di uomo forte e autoritario centrale (anche) nel Medio Oriente, ragionare sui suoi caratteri e su quanto, paradossalmente, proprio quest’elemento così oscuro rappresenti il legame più forte che lega Alì alla sua terra.

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Ecco The Things You Kill non si accontenta di risposte semplici in questo senso. Khatami costruisce piuttosto una sorta di noir morale tra Kafka e Dürrenmatt dal passo disperato, che segue un protagonista che si affanna a cercare una giustificazione al suo agire, sballottato tra le varie “versioni” del padre che emergono dai racconti di coloro che lo che conoscevano bene, e ogni volta sempre più gelato nell’accogliere una rivelazione che smentisce la sua idea sul genitore. Come se la vera identità del padre fosse ormai inafferrabile, nascosta sotto strati su strati di un’identità culturale fuori dal tempo.

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E mentre Alì si interroga sul suo gesto, il film non perde occasione per stropicciarlo, maltrattarlo a suo modo: nasconde la verità sempre fuori campo e costringe il protagonista a farsi inutilmente in quattro pur di riportarla alla luce e poi smonta, spezza costantemente la sua virilità, la sua forza, la rende una sorta di performance del potere che l’uomo esercita sul giardiniere, la svuota di senso, la affida a qualcun altro ma di certo non al protagonista.

The Things You Kill forse non scopre nulla di davvero nuovo. Sporca la forma tipica del cinema di Ceylan con screziature che guardano al primo David Fincher. Riattraversa tutto però con un passo inesorabile, con una freddezza inusuale. E allora il film tiene, si muove su un buon ritmo, anche se attraversa riferimenti forse polverosi e soprattutto è retto dal bravo Ekin Koc, il cui volto smarrito pare davvero poter sostenere tutto il film da solo.

Semmai il problema di The Things You Kill è un certo schematismo di fondo, che lo porta a correre con troppo entusiasmo verso l’apice del racconto salvo poi non capire bene come ripartire da lì. E allora tende nella seconda parte a girare un po’ troppo in tondo, ad adagiarsi sulle convenzioni del thriller e forse soprattutto a rifugiarsi in un certo didascalismo, che di base scorre quasi costantemente tra le immagini ma che proprio quando la narrazione tende a stancarsi lascia emergere le immagini, le metafore, le battute più vivide, urlate scolastiche.

O magari è solo una reazione alla paura, il desiderio di trovare una salvezza, un paracadute, una leggibilit al caos, al nichilismo che il film non risolve praticamente mai, preferendo l’oblio, il non detto, forse l’ennesima beffa per il giovane Alì.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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