The Twentieth Century, di Matthew Rankin

Su Mubi l’opera prima di Matthew Rankin che tramite il suo cinema, tra Lotte Reiniger e Guy Maddin, ridiscute l’identità canadese mettendo in scena una biografia grottesca e allucinata di King

“C’erano una volta un inglese, un canadese e un francese condannati a morte. Hanno un ultimo desiderio. L’inglese chiede un tè. Il canadese di parlare per quindici minuti dell’identità del cinema canadese. Il francese di essere fucilato prima del canadese”.
(Donald Sutherland a Cannes nel 2016)

La grandezza dei festival sta soprattutto nel riuscire, anche senza premi, a dare ad alcune opere una libertà e una visibilità che altrimenti non avrebbero. Questo permette a tutte le opere presenti in vetrina di fare da ponte verso nuovi universi cinematografici e culturali che altrimenti sarebbero sconosciuti. L’opera prima di Matthew Rankin, fa tutto ciò. Regista sperimentale già conosciuto per i suoi corti, in particolare The Tesla World Light (2017) premiato in Canada e presentato alla settimana della critica a Cannes, nelle sue opere si riconosce quella parte esplosiva di cinema canadese che vive nascosta tra festival e canali streaming (come Mubi dove si trova il film). Da Guy Maddin a John Paizs, il cinema di Rankin esce dallo stesso magma surreale dei colleghi di Winnipeg di cui si considera fan e come già successo per The Tesla World Light fa un attacco al genere biografico della stessa potenza narrativa del Bob Dylan di Todd Haynes, Io non sono qui (2007).

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The Twentieth Century, miglior opera prima canadese al TIFF (Toronto International Film Festival) e vincitrice del premio FIPRESCI nella sezione Forum della Berlinale 2020, parla della scalata al potere del primo ministro canadese, il più longevo, William Lyon Mackenzie King. Messa in scena sotto forma di sogno dove tutto ciò che è reale viene esagerato e trasformato proprio come fa la nostra mente addormentata mentre rielabora le minuzie della nostra vita da svegli. Ci si trova davanti ad un film girato ed interpretato come se appartenesse al cinema americano classico. Dove King si presenta al pubblico come buon samaritano ai piedi del letto di un’orfanella malaticcia, inquadrato con un piano sbollato che sembra uscito direttamente da La valle dell’Eden (1955) di Elia Kazan. Sbollatura che preannuncia il delirio a cui andrà incontro l’opera e la falsità delle buone azioni del protagonista pronto a tutto per diventare primo ministro. La fotografia è allucinata; i visi sono illuminati più del dovuto. Intorno ai corpi grotteschi si crea una patina sgraziata che aiutata dal Super 8 e dalla pellicola 16mm, plasma l’alone di mistero e falsità che attornia l’opera. Dal punto di vista grafico e scenografico, si fa largo uso di decorazioni in cartone e ambienti da cinema espressionista; grazie alla quale si ottiene la forma ibrida di un lavoro d’animazione tra Lotte Reiniger e Karel Zeman con l’estetica folle del cinema di Guy Maddin.

Rankin, che in un’intervista dichiara di esser rimasto affascinato dal diario personale del primo ministro, (“assomigliava al mio”) vuole mostrare una coscienza parallela del paese e del protagonista piena di vergogna, incertezza e vanità. Vuole intervenire all’interno della storia; fare irruzione nell’auto-mitologia canadese. Una storia dove nessuno si permette mai dire qualcosa di scomodo, dove il popolo è composto da gente che non ha vizi, o che li nasconde bene, e dove continuamente si parla d’identità nazionale. Identità che in realtà non esiste, che è fasulla. Basata esclusivamente sugli atteggiamenti fanatici e colonialisti che hanno gettato le basi del paese. Qui quindi interviene Rankin che mette in scena un incubo vissuto tramite gli occhi di King che cerca di smascherare una società di arrampicatori sociali onanisti e fanatici.

Disponibile su MUBI (gratis per 30 giorni accedendo da questo link)

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Titolo originale: id.
Regia: Matthew Rankin
Interpreti: Dan Beirne, Catherine St-Laurent, Louis Negin, Brent Skagford
Distribuzione: MUBI
Durata: 90′
Origine: Canada, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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