The Visit, di M. Night Shyamalan

Quattro attori. Due telecamere. Una casa. Shyamalan ricomincia da qui. Ancora una volta da una dimensione intimista, domestica, come se cercasse di riconnettere il suo cinema con i suoi primi esperimenti ludici in videotape. C’è l’esibizione del gioco in The Visit. Dell’operazione concettuale che si interroga su cosa significhi oggi raccontare con il linguaggio delle immagini alle giovani generazioni. Tra Grande Fratello e found footage si consuma la strana settimana dei fratelli Jamison, Rebecca e Tyler, che per far vivere alla madre – separata dal padre dei ragazzi – una vacanza romantica con il suo nuovo compagno, si “sacrificano” trascorrendo pochi giorni nella fattoria dei nonni. È la prima volta che si incontrano con loro. Ma i due vecchi sono strani, soprattutto in piena notte, al punto che potrebbero mettere in pericolo la loro vita.

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A 16 anni di distanza dal cult The Blair Witch Project – uscito lo stesso anno de Il sesto senso! – Shyamalan ritorna sulle tracce del finto-documentario. Tutto è raccontato attraverso i selfie e le interviste della figlia più grande Rebecca, aspirante regista che cerca un’etica della messa in scena e convince il fratellino a farle da aiuto regista. Il regista di The Village decide di affidarsi ai meccanismi del reality show, per provare a fare un discorso teorico che però arriva in ritardo di 10 anni all’interno di questo sottogenere. C’è una fragilità sempre più esibita nel cinema di Shyamalan e colpisce stavolta questa arrendevolezza con cui all’immagine non sembra essere concessa altra via che non sia quella claustrofobica e costruita dell’inquadratura semi-amatoriale –e proprio in quanto pensate e dichiarate quelle di Rebecca e Tyler sono in più occasioni fastidiosamente raffinate e “giuste”. Ecco allora che The Visit perde un sacco di tempo a raccontare il backstage del film nel film, senza focalizzarsi troppo sul concetto di famiglia – con colpo di scena finale – e sul coming of age dei due giovani interpreti, costretti fino alla fine a fare i conti con i loro traumi infantili irrisolti.

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Sembra il film di un autore preoccupato in primo luogo di ritrovare un suo pubblico. Che dopo The Visit il cinema di Shyamalan possa finalmente ripartire da zero? Chissà forse da un punto neutro su cui ripensare l’immagine e la scrittura, magari puntando su una nuova base sentimentale e autoironica. Qui a tratti ci sono i semi di questo cambiamento ma è ancora troppo poco per stabilire coordinate convincenti. The Visit è un film sulla crisi che prova a sopravvivere raccontando e smontando pezzo per pezzo questa crisi. Però è un’operazione laboratoriale che fa venire una tremenda nostalgia dell’umanità e dell’idea di mondo che permeava le sue opere migliori. Per il momento non basta. Ma anzi ci prendiamo tutta la vita il percorso controverso ma affascinante compiuto dal cineasta americano nella serie Tv Wayward Pines. Quella sì riflessione sbilanciatissima e personale sui confini tra cinema, immagine contemporanea e politica. Anche lì storia di una comunità, di una famiglia in crisi e di un mondo da ripensare e ricostruire attraverso una nuova “finzione” di scrittura e linguaggio.