#RomaFF10 – The Walk e il fil rouge di Philippe Petit

Un’attesa “sospesa” ha accolto questo pomeriggio in Sala Petrassi l’arrivo di Philippe Petit, protagonista oltre la finzione di The Walk

Un’attesa “sospesa” ha accolto questo pomeriggio in Sala Petrassi l’arrivo di Philippe Petit, protagonista oltre la finzione di The Walk, opera di Robert Zemeckis in concorso a Roma alla decima edizione della Festa del Cinema. Con la stessa eleganza che porta con sé sulla fune – e forse  con certo sollievo  – Petit ha subito liquidato la prima domanda, probabilmente la più carica di aspettative, quella su cosa abbia provato all’indomani della caduta di quelle Torri alle quali la sua impresa inaugurale aveva in qualche modo consegnato un’anima: “Sono felice che questa domanda mi sia stata posta per prima. Perché non la amo: non riesco ad esprimerlo”, dichiara, riferendosi ad un dolore che appare sincero. Incassato il riserbo, l’attenzione si sposta sul personaggio prima ancora che sul film. Viene chiesto a Petit se dopo aver soddisfatto il suo sogno si sia sentito solo: “Qualunque artista che si abbandoni completamente alla propria arte deve fare quest’esperienza di solitudine: può fare ciò che fa solo se è solo. C’è qualcosa di nobile nell’essere solo” afferma, escludendo che il funambolismo posa essere considerato uno “sport che dell’arte non ha la profondità” e definendo la propria opera “teatro nel cielo”.

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Evidentemente  è ricorrente la domanda sulla paura: “Quando mi pongono questa domanda mi viene da rispondere: paura di che? No, sono addestrato per camminare. Quando prendo l’asta so già che arriverò all’ultimo passo. Trasporto con me la mia vita”. L’istanza che muove Petit sulla corda sembra risolversi piuttosto in un moto di fierezza e spettacolarità, come spiega a chi chiede perché, durante la traversata tra le Torri, abbia deciso di “passeggiarvi” più volte: “Si trattava di teatro tra le due Torri. La prima traversata era una sorta di prova, poi – mimando la seduta – ero elegantissimo su quel trono su cui sono rimasto circa cinque minuti. Dopodiché ho sentito un richiamo: era arrivato il momento di esibirmi.  I miei amici mi hanno detto che sono rimasto sulla fune per quarantacinque minuti facendo otto traversate”.

 

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Ma è chiaro che per Petit il cavo è una modalità della vita: In francese il cable è fil … il filo della vita. Ho sempre con me una cordicella – racconta mostrando il suo fil rouge è un animale vivo. Mi fermo ad ammirare la curva catenaria prima che si tenda… è come un sorriso. Quando si collegano due parti si  collegano anche le persone. È un lavoro meraviglioso collegare le cose. E le persone”.  C’è un che di sacro in quel filo che, osserva, richiama il termine religio, per poi affrettarsi a dichiarare di non essere religioso, o meglio, di “non poter credere in un solo dio”. E’ una sensibilità d’altri tempi quella di Petit, che ha raccontato  “di essere abituato a viaggiare con matita e taccuino” aggiungendo: “non possiedo un orologio, non un cellulare. Credo che viviamo un secolo in cui i nostri  sensi si stanno affievolendo”.

 

Quindi, arriviamo a The Walk: “Il film è basato sul libro” – omonimo e scritto dallo stesso Petit – dichiara denunciando una sostanziale fedeltà al testo, ma, prosegue,  “Il film porta gli spettatori sulla fune”. E in questo senso, benché dichiaratamente contrario a certa tecnologia, ammette la bontà della scelta del 3D: ci sono dei film che in IMAX e 3D si trasformano in un’esperienza straordinaria. Come il film di Zemeckis: mi ha permesso di portare il pubblico con me sul cavo”. Sull’interpretazione di sé da parte di Joseph Gordon Levitt Petit racconta: “Avevo solo otto giorni. Gli ho detto: l’ultimo giorno riuscirai a camminare sulla fune. Dopo otto giorni è stato in grado di percorrere 30 metri. Volevo che potesse comprendere l’anima e l’eleganza ma anche il senso di ribellione che portavo su quel cavo. Zemeckis non credeva ai suoi occhi. Molte riprese sono proprio il corpo di Levitt.” E’ un spettatore soddisfatto Petit, che racconta di aver apprezzato il film in ogni sua parte, ricordando, in particolare, l’efficacia della scena, potente pur muta, dell’estraneo che compare sul tetto della Torre e si mostra consapevole dell’esigenza scenica di qualche finzione che definisce innocente: “questa è Hollywood”, afferma, svelando d’un piede che non ha sanguinato e del fatto che, se fosse davvero inciampato, non sarebbe stato oggi a raccontarcelo.

In chiusura, Petit non nasconde un certo piacere all’idea di fare di Roma un progetto futuro; e neppure, di quel progetto, nasconde una certa venalità: “sono un semplice artista, non sono ricco… ho bisogno di un governo che mi inviti…” (e mi finanzi?) e termina con una nota amara sulla Francia l’ “artista del cielo” che tutt’oggi vive a New York: “Vengo invitato raramente. La Francia sembra non capire chi sono.”

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