The Water Diviner, di Russell Crowe

E' noto che, su richiesta dell'amico e compare d'Australia Russell Crowe, Nick Cave avesse buttato giù uno script folle per un sequel del Gladiatore, rimasto su carta (e ora facilmente rintracciabile online). Maximus era costretto dalle divinità del purgatorio a continuare a combattere le sue battaglie in tutte le guerre del futuro più decisive della Storia, reincarnandosi di volta in volta in un crociato in Terra Santa, in un soldato della Seconda Guerra Mondiale, in un marine in Vietnam: probabilmente il film di Ridley Scott definitivo, e in effetti da un certo punto di vista Scott e Crowe nei lavori che continuano a fare insieme lo stanno forse realizzando passo passo (la sceneggiatura di Cave si conclude con il gladiatore che siede oggi al Pentagono…Nessuna verità?).

Ritorna alla mente la vorticosa girandola immaginata dal rocker dei Bad Seeds davanti a questo esordio dietro la mdp di Crowe, che ruota intorno ad un avvenimento storico fondamentale per la memoria australiana (la celebre battaglia di Gallipoli in Turchia, dipinta vertiginosamente da Peter Weir nel bellissimo Gli anni spezzati), per costruirci su un'impalcatura di cinema pazzescamente anacronistico, una quest esotica che fonda le sue basi orgogliosamente nei film d'avventura più classici.
Ma con una necessaria consapevolezza in più: quella per l'appunto di essere arrivati dopo, alla fine, a dissotterrare i resti e le memorie attraverso null'altro se non la visionarietà e l'istinto.

Della guerra restano solo i flashback smozzicati sulle sorti dei tre giovani fratelli, e la caccia al tesoro ha come bottino i cadaveri dei figli perduti d'Australia, che il water diviner percepisce e riporta alla luce, nascosti tra le rocce della baia turca – solo il cinema può lenire il ricordo del massacro con l'utopia di un figlio ancora vivo, rifugiatosi da qualche parte, da riabbracciare seguendo le tracce lasciate nei sogni.

Visto così, il personaggio del rabdomante che Crowe interpreta nel film è una lampante metafora del suo metodo d'attore, da sempre improntato ad una recitazione impulsiva, di puro istinto: la sequenza d'apertura di questa sua prima regia è subito bellissima, la ricerca solitaria del protagonista nel deserto del punto in cui la secca terra cela una fonte d'acqua, poi lo scavo del pozzo, un bagno liberatore, e la clamorosa soggettiva dell'uomo che per un attimo sembra voler lasciarsi andare per sempre in quel buco, sott'acqua e sottoterra insieme.
Non ha bisogno, Crowe, di schermi verticali da spalancare allargando le braccia: in una immagine bigger than life ci sprofondiamo dall'inizio (a dimostrarlo basterebbe, ad esempio, il battibecco col prete per concordare il funerale della moglie…).

Certo, a seguire poi l'opera si fa ben meno eterea, tra una Istanbul alla Zoltan Korda con tanto di fuga notturna sui tetti, l'emancipazione della vedova musulmana Olga Kurylenko, l'espediente squisitamente cinefilo dell'amicizia con il feroce maggiore turco fatto prigioniero, Hasan (l'Yilmaz Erdogan di C'era una volta in Anatolia, impagabile), e la coda oramai del tutto alla deriva nel villaggio greco.
Ma ogni fotogramma di quest'idea irresponsabile di western bellico in notti d'Oriente vive di una passione contagiosa e di quello stesso smodato sentimento di cinema che percepisci tra le pagine del secondo Gladiatore mai girato di Nick Cave.
E' la fierezza senza alcuna vergogna per quello che rappresenta oggi questa figura d'interprete oramai del tutto fuori tempo, fuori forma, fuori contesto, che vedi negli occhi di Crowe in quel primo piano che chiude il film.
La materia stessa del cinema.

Titolo originale: id.
Regia:
 Russell Crowe
Interpreti: Russell Crowe, Jai Courtney, Olga Kurylenko, Isabel Lucas, Deniz Akdeniz, Jacqueline McKenzie, Ryan Corr, Damon Herriman, Cem Yilmaz, Robert Mammone, Michael Dorman
Origine: Australia, Turchia, USA, 2014
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 110'