"The Way Back", di Peter Weir

The Way BackC'è molto della poetica di Peter Weir in The Way Back. E' il pregio e allo stesso tempo il limite dell'ultimo film diretto dal regista australiano a otto anni di distanza da Master & Commander. Un altro viaggio ai confini del mondo in cui lo sguardo apolide dell'autore immerge i suoi personaggi eroici in un ambiente naturale ostile e contemplativo. Siamo nel 1940 in piena Seconda Guerra mondiale. La polonia è stata divisa in due dalle truppe nazista e da quelle staliniste e Janusz, accusato di essere una spia anticomunista viene condannati a venti anni di prigionia in un Gulag nella glaciale Siberia. La voglia di fuggire dall'inferno carcerario lo porta a formare un gruppo di fuggiaschi che durante una tomranta di neve riescono a inoltrarsi negli impervi boschi siberiani. Tra loro c'è l'americano Smith e il russo Laska, assassino molto abile con il coltello. Per il gruppo è l'inizio di un disperato percorso di sopravvivenza che li costringerà ad attraversare la Russia verso sud fino a conquistare la libertà dal regime arrivando in India.

Tralasciando eventuali semplicismi di stampo ideologico, contraddistinti da un anticomunismo filologicamente corretto vista la fedeltà al libro di memoria di Slawomir Rawicz Tra noi e la libertà, ma anche prigioniero di uno sguardo occidentale incastonato in modalità rappresentative di piena Guerra Fredda, alcune perplessità qua e là emergono soprattutto nella "fedeltà" con cui il regista di Witness sembra ancorarsi nel suo rapporto con il paesaggio ad alcune opere precedenti da lui The Way Backdirette. Se la prima parte siberiana ambientata in carcere e l'intera sezione russa raccontano davvero con tutta la violenza di uno scontro primordiale tra l'uomo e gli elementi della natura la fuga dentro un mondo vergine e ricorrentemente aperto a improvvise epifanie percettive (le visioni dei personaggi in soggettiva danno allo spazio circostante una funzione psicologica e ieratica), la seconda parte, che vede i fuggiaschi sopravvisuti attraversare il deserto della Mongolia e il Tibet per arrivare in India, rischia di arenarsi in un esotismo visivo pericoloso, un po' di maniera, raccontato con più intensità, nel bellissimo Gli anni spezzati o nel capolavoro Mosquito Coast. Detto questo The Way Back aggiunge un altro capitolo all'ossessiva ricerca di mondi da sempre compiuta da Peter Weir. Anzi, nel suo incessante attraversamento geografico e visivo, l'ultima fatica di Weir, nonostante la sua ambientazione euroasiatica, si rivela essere forse il film più australiano da lui diretto proprio dai tempi de Gli anni spezzati. La sezione ambientata nel deserto non a caso riprende a piene mani quella del film dell'81 con i due giovani protagonisti interpretati da Mel Gibson e Mark Lee dispersi nell'outback australiano come gli esploratori Burke e Wills (espressamente citati proprio da Gibson in una battuta del film), che nel 1860-61 provarono per primi ad attraversare la regione australiana da Melbourne al Nord del paese senza fare ritorno. Ecco, The Way Back nella sua celebrazione della sopravvivenza umana alla Natura, compiuta nel lutto e scandita da una drammaticità fisica spesso delirante, sembra fare ritorno sull'ossessione tipicamente australiana dell'esplorazione del territorio, con questi eroi fuggiaschi che paiono essere tanti piccoli coloni europei in costante ambivalenza tra la ricerca della gloria e il suicidio.

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Titolo originale: id.
Regia: Peter Weir
Interpreti: Jim Sturgess, Ed Harris, Colin Farrell, Saoirse Ronan, Mark Strong
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 133'
Origine: USA, 2010

 

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