The Zero Theorem, di Terry Gilliam

Da Terry Gilliam ci si attende sempre uno sguardo avanti, sul futuro prossimo o ancora più lontano. Ma ancora una volta ti riperdi prima del tramonto di un’era, magari con il sole immobile che proprio non vuole scendere oltre l’orizzonte, a meno che non lo stacchi dal cielo con le tue mani e lo vedrai lentamente scivolare, ammirandolo sulla riva di una spiaggia favolosamente virtuale, praticamente di cartone. Cinema incredibilmente lontano, terribilmente vicino. Non è Brazil, perché vive nel presente, non c’è alcuna voglia di aprire o chiudere trilogie, se ci mettiamo pure L’esercito delle dodici scimmie. Un eccentrico e solitario genio del computer (Christoph Waltz), afflitto da angoscia esistenziale, lavora a un misterioso progetto che mira a scoprire una volta per sempre il fine dell’esistenza umana, o l’assenza di esso.

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the zero theoremMa soltanto nel momento in cui conosce la forza dell’amore e del desiderio riesce a comprendere la ragione autentica del suo essere. Che cosa dà significato alla nostra vita, che cosa ci procura gioia? Si può essere soli nel nostro mondo sempre più connesso e ristretto? Questo mondo è sotto controllo o è semplicemente caotico? Nessun viaggio nel tempo, soltanto salti per tempo, facendo i conti con un budget ristretto e poche settimane a disposizione per girare. Folle teorema dello zero, procedendo per istinto, pressato dal denaro. Terry Gilliam stupisce perché segue le sue orme, le calpesta a ritroso perfettamente, senza lasciare sbavature creative e derive stilistiche. Si ripete come il caos, come lo zero perfetto al 100%. Il desiderio d’amore prevarica le formule matematiche, le iperboliche devastazioni di un buco nero che non lasci il senso di alcun senso. Ma la follia di Gilliam stavolta è paradossalmente incanalata, ispirata, e Matt Damon a fare da supervisore, quasi svela definitivamente la sua anima Monty Python avveniristica. Più che Total Recall o Blade Runner, tanto per cercare affinità, il cinema di Gilliam sembra invece guardare a The Truman Show. Certo, il salto immaginifico è notevole, ma l’istinto ci guida in quella direzione.

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the zero theorem gillianSenza troppo razionalizzare, non ci stupiremmo se Gilliam neanche li ha letti Orwell o Dick. Nella sua testa, il calderone macina suggestioni, cerca di spiegare com’è il mondo attraverso i suoi film: per questo motivo non si possono considerare “fantastici” in senso stretto. È il perpetuo conflitto tra realtà e immaginazione, tra concretezza e fantasia, tra “normalità” e follia. Qualcuno potrebbe ironizzare che ormai il cinema di quel calderone ormai è bollito… forse è proprio così, ma certo non ha “stufato”. Gilliam ruba le idee inconsapevolmente, si ritrova, come un collettore d’inconscio, a ricevere frequenze, messaggi, rumori, disturbi, precarie sollecitazioni narrative e visive, che si agitano nell’aria circostante. In più, The Zero Theorem, paradossalmente pare cercare l’equilibrio assoluto, probabilmente però impossibile. Proprio su quella spiaggia raggiunta attraverso la realtà virtuale, fibre ottiche e tute cyberspaziali, Gilliam non attende più alcuna chiamata che sveli il segreto dell’esistenza, ma spera di porre il suo sistema cinema in equilibrio, cercando forze creative che annullino il momento rispetto a qualsiasi punto zero nello spazio, così da smettere di ruotare in tondo e liberarsi perpetuamente in ogni istante da ciò che non esiste più e ciò che non esiste ancora.

Titolo originale: id.

Regia: Terry Gilliam

Interpreti: Christoph Waltz, Mélanie Thierry, David Thewlis, Lucas Hedges, Matt Damon, Tilda Swinton, Peter Stormare, Ben Whishaw

Distribuzione: Minerva Pictures

Durata: 107′

Origine: Romania/Francia/Gran Bretagna 2013