The Zone of Interest, di Jonathan Glazer

Potrebbe trattarsi dell’ultima famiglia sopravvissuta sulla terra, o del primo nucleo alieno insediatosi su questo pianeta dopo lo sterminio, o di entrambe le cose insieme. In Concorso a Cannes 76

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How are you? From ten to one, from ten to zero ripeteva incessante la voce off nel corto precedente di Jonathan Glazer, Strasbourg 1518, punto di partenza forse cruciale per orientarsi anche in questo The Zone of Interest. Il nuovo film del cineasta sembra l’esatto rovescio di quell’opera breve realizzata in pieno lockdown nel 2020, coreografia danzante ispirata ad un episodio di isteria collettiva avvenuto appunto a Strasburgo nel 16esimo secolo, confluito in un folle ballo che coinvolse l’intera comunità. Glazer utilizzava già lì le inquadrature fisse, il panopticum da freddo dispositivo di sorveglianza (ma chi sta realmente sorvegliando chi? è forse la vera domanda sottesa anche a The zone of interest) che troviamo qui portato a scelta formale radicale e applicata con implacabile rigore: ma se nel corto i performer esplodono nelle loro convulsioni liberatorie, qui invece la parola chiave è contenimento.
Qualcosa di mostruoso sta accadendo al di là del giardino di casa Höss, anche se dietro le mura dell’abitazione la quotidianità prosegue con le dinamiche abituali di una famigliola degli anni ‘40 (anche se pure lì qualcosa stride, come l’inquietante sonnambulismo di una delle bambine): da lontano provengono urla strazianti e inequivocabili rumori di guerra, ogni tanto all’orizzonte si alza un fumo nero, e a volte le finestre si illuminano di un bagliore irreale e apocalittico. Al telefono, il padre di famiglia Rudolf, militare nazista, parla spesso del progetto che sta curando, la costruzione di un campo di concentramento chiamato Aushwitz, e le maniere in cui si possano organizzare esecuzioni di massa tramite gas. Sì, The Zone of Interest è il Cavallo di Torino di Béla Tarr (citato in maniera letterale) applicato al metodo scientifico con cui venne architettato e attuato l’Olocausto, e filtrato attraverso lo sguardo immobile e onnisciente del circuito chiuso che vede tutto quello che accade (apparentemente, nulla) nell’abitazione degli Höss, alternando visuali e inquadrature sulle stanze e nei corridoi, pedinando i movimenti dei due genitori, Rudolf e Hedwig, e dei loro pargoli.

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Potrebbe trattarsi dell’ultima famiglia sopravvissuta su questa terra, o del primo nucleo alieno insediatosi su questo pianeta dopo lo sterminio (o di entrambe le cose insieme). D’altronde quanta differenza reale c’era già tra i corpi “fantascientifici” di Under the Skin e quelli primordiali di The Fall, l’altro corto recente di Glazer. Ecco: come ci sentiamo, da dieci a uno? Neanche le favole della buonanotte sono più “umane”, c’è una sorta di Alice disneyana a cartoni (virati in negativo) che non capiamo se stia spargendo delle mele in giro lungo il suo passaggio per costruire un percorso di salvataggio, tipo Pollicino, o stia piantando degli ordigni solo fintamente innocui.
Che paura: Glazer prosegue insomma spietato la sua perturbante operazione di dissezione e autopsia delle immagini e di quello che ci rende esseri umani. È probabile che The Zone of Interest non voglia limitarsi neanche a questo ma inoltrarsi fino in fondo nella grottesca gestione aziendale di un genocidio, con la seconda parte del film fatta di raggelanti riunioni di lavoro tra SS, colloqui, burocrazia e scartoffie da compilare per fare carriera nella macchina del Fuhrer (“Heil Hitler eccetera eccetera”, detta le sue lettere alla segretaria il nostro Rudolf), come un Sokurov virato nonsense.

Chiaramente, per Glazer la “zona di interesse” di questi suoi ultimi lavori continua ad essere il comportamento tribale dell’uomo quando si costituisce in strutture sociali vicine a clan: il protagonista ha ad un certo punto una visione dal futuro mentre scruta l’oscurità di fronte a sé, ancora un’altra pratica di lavoro certosinamente organizzata, ma quello di Glazer è chiaramente uno sguardo che non permette scampo. Se il punto è qui la reiterazione, allora di conseguenza l’intero apparato filmico non può permettersi di incepparsi, e lo schermo nero non è più un’interruzione ma solo un altro tassello del procedimento. Buio interiorizzato dalla macchina.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4
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Il voto dei lettori
3.73 (22 voti)
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