They Talk, di Giorgio Bruno

Il quarto lungometraggio di Giorgio Bruno è un horror con un tocco di thriller psicologico, e vede il protagonista scivolare lentamente dentro un incubo che parte dal presente ed arriva nel passato

Le oscure presenze di They Talk si manifestano dentro le onde sonore, ogni interferenza nasconde una voce, ed ogni voce un maleficio, qualcosa di irrequieto, uno spirito rassegnato a far sentire per sempre il dolore della scomparsa. Giorgio Bruno, giunto al quarto lungometraggio dopo l’esordio del 2013 con Nero infinito, gira un horror seguendo uno schema consolidato, con il protagonista Alex (Jonathan Tufvesson), un tecnico del suono, perseguitato dalle parole dei morti, dentro un arco del personaggio orientato a portarlo al limite della follia. Insieme ad una piccola troupe Alex è impegnato a girare un documentario, e durante le riprese inizia a percepire delle presenze, ma viene deriso e circondato di scetticismo. Decide di rivolgersi ad un esperto del fenomeno paranormale ed intanto incontra Amanda (Rocío Muñoz Morales), una vecchia amica con la quale ha condiviso la terribile esperienza in orfanotrofio.
Il regista sceglie un color grading freddo in continuità con le linee di un paesaggio nevoso, tra boschi e laghi della Sila, un panorama ideale per trasmettere un forte senso di solitudine e ricreare un’atmosfera da provincia nordamericana. La linea narrativa segue la scaletta del documentario, le location sono in linea con il tema del racconto, sulle orme di un massacro compiuto durante la guerra e l’ombra di una misteriosa suora bruciata vive come spia del nemico, la cui anima vaga alla ricerca di una impossibile vendetta.
L’aspetto predominante è la parte acustica, sporcata, rumorosa, contenitore di un enigma da risolvere per evitare il peggio, che corre lungo l’intera durata del film, come un sibilo, un ronzio diffuso nell’aria per comunicare un’esplosione imminente di paura, l’avvisaglia di un exploit in attesa sulla soglia, dai tratti così assordanti da provocare addirittura un malessere fisico.

Tutto costruito per ruotare intorno alla figura di Alex, ripreso spesso in primissimo piano in questa caduta nei fantasmi di un passato che ritorna, perno della vicenda macabra ed utilizzato anche come attrattiva erotica, tanto per combinare un perfetto mix di genere con sesso e sangue. Altri elementi costitutivi del filone nero sono riconducibili al legame con l’infanzia e i giochi all’improvviso poco innocenti, i lugubri edifici di un istituto segnati dal degrado del tempo, le lapidi in dichiarato omaggio a Lucio Fulci di grande potenza visiva, una strana gravidanza foriera di sventura, gli strani omicidi, presagio dell’arrivo dell’inevitabile. Culmine della storia è la classica resa dei conti, prima di un epilogo spostato in avanti di sette anni per chiudere un cerchio rimasto tronco, una sceneggiatura con alcune incongruenze ed i connotati destrutturati nei momenti di svolta, con dei personaggi caratterizzati a grandi linee, l’attrice viziata, l’amica distrutta dal lutto e con addosso i segni del trauma, l’accademico suscettibile a fenomeni incredibili.

Regia: Giorgio Bruno
Interpreti: Jonathan Tufvesson, Rocío Muñoz Morales, Sidney White, Margaux Billard, Hal Yamanouchi
Distribuzione: Vision Distribution
Durata: 90′
Origine: Italia/USA 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Il voto dei lettori
2 (3 voti)
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