This giant beast that is the global economy, di Adam McKay

Su Prime Video la creatura definitiva del regista di Vice, exploit seriale che tiene insieme il mood demenziale degli esordi con l’assalto al sistema economico delle opere “mature”

“The ultimate populist, activist story” – “Because they are your model. They are who you are in your heart. And you are them.”

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Mentre in un’intervista per Jacobin, Adam McKay parla dei Chumbawamba, il suo produttore Davidson osserva come il gruppo pop inglese sia l’esatto corrispettivo musicale del lavoro del regista americano. McKay osserva come la hit Tubthumping, che dà voce a un liberatorio moto di rivalsa della labour class e alla sua resilienza in piena epoca Tatcher, sia una miscellanea di input diversi: dalla parte corale del ritornello al rap di parte della strofa, fino al lirico della voce femminile, il tutto amalgamato da una veste pop di chiara matrice anni ’90.
La filmografia di McKay non è che questo, un campo di battaglia in cui lo spirito socialista di McKay cerca di dare forma alla sua visione del mondo. E’ un percorso di ricerca partito da molto lontano ma che nel suo ultimo lavoro, This giant beast that is the global economy, sembra aver individuato una tappa cruciale della sua formazione.
Il cammino che ha portato McKay fino a questo ultimo prodotto Amazon è stato dettato da quello che lui chiama appunto la “Chumbawamba strategy”, iniziato tutto con le commedie demenziali con Steve Carrell, nelle quali la sua rabbia da spirito irrequieto anticapitalista montava sotto traccia, in una veste troppo inusuale per poter riconoscere al suo interno una verve politica degna d’ascolto.
Era una tendenza nascosta alla luce del sole, il cui vaso di Pandora si è scoperchiato già da quel I poliziotti di riserva, e in particolare i suoi titoli di coda, che rappresentarono una parziale svolta verso una più esplicita esposizione delle idee dell’autore
A detta dello stesso McKay, da quel momento in poi il suo stile fu pesantemente influenzato dalla visione dei documentari BBC di Adam Curtis, pieni di immagini di repertorio mischiate a clip di film di John Carpenter; per lo stile di McKay questo diventa una sorta di spartiacque vero e proprio che lo porterà verso le sue ultime due grandi produzione, La grande scommessa e Vice.
Per trovare però un definitivo riscontro dell’influenza documentaristica nella sua opera bisogna aspettare proprio questa sua ultima fatica disponibile su Amazon Prime Video.

This giant beast that is the global economy non è infatti che la perfetta metabolizzazione dell’insegnamento di Curtis, con McKay che si serve degli stessi principi di commistione di generi affinando però le armi dell’ironia.
I meccanismi comici sono mutuati dai suoi primissimi personaggi con Steve Carrell e costruiti sulla loro inettitudine di maschi americani altoborghesi di mezza età completamente inermi nei confronti di un sistema che non possono affrontare da soli, andando incontro alla sconfitta che già Bauman pronosticava per l’individuo che si scontra con la società liquida.
Il personaggio di Kal Penn che nella docu-fiction interpreta se stesso è tutto questo, inebetito mentre parla con i grandi esperti intervistati ma al contempo la cui inettitudine risulta essere non solo quella del Kal Penn personaggio ma anche quella del Kal Penn attore. Ne è la prova la sequenza in cui in un villaggio spagnolo che adotta il baratto come strumento di pagamento, un DVD di un suo film viene valutato una piantina inutilizzabile e un tozzo di pane.

Nella natura del protagonista/narratore vi è una ambiguità nella quale risiede il senso di un’operazione ibrida e anticonvenzionale, in linea con la personale guerriglia transmediale che il suo autore conduce da anni con show televisivi, documentari, spettacoli, performance e podcast. In questo ultimo lavoro c’è tutto McKay, ed è un lavoro che ha il pregio, così come tutta l’ultima parte della sua filmografia, di intaccare fino alle fondamenta una grande vastità di genere diversi. Già La grande scommessa, ma in misura maggiore Vice, era costruito con un approccio che era chiaro fin dall’inizio avrebbe fatto scuola ma che era impronosticabile pensare avrebbe influenzato gran parte del genere biopic e documentaristico degli ultimi anni, fino a condizionare grandi maestri come il Soderbergh di Panama Papers.
Qui lo fa introducendo l’elemento demenziale dello sketch, in cui attori che interpretano sé stessi, similmente a quanto fatto già ne La grande scommessa, spiegano concetti meno alla portata del grande pubblico. Si tratta anche di momenti meno efficaci all’interno delle puntate, il che non fa altro che sottolineare come la forza di questo prodotto risieda proprio nella intrinseca ambiguità che caratterizza i rapporti di interconnessione fra i linguaggi e i generi utilizzati e perde di mordente nel momento in cui sente il bisogno di sottolineare determinati passaggi.

In definitiva This giant beast that is the global economy viene fuori come un prodotto buono per tutti i palati, utile sia per introdurre un pomeriggio di approfondito aggiornamento su bit-coins e block chain e sia per misurare la temperatura degli sconvolgimenti all’interno di quel tritacarne di incursioni audiovisive che è il documentario contemporaneo.
Un gioco buono per tutte le stagioni, non resta che aspettare e scoprire quale sarà la prossima partita.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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