Thor: Ragnarok, di Taika Waititi

Non serve molto per capire che in questo terzo capitolo di Thor – ma con le molteplici produzioni Marvel tra Avengers e simili è sempre più difficile tenere il conto preciso –  l’ombra letteraria e shakespeariana di Kenneth Branagh che permeava il primo episodio e che in piccola parte sopravviveva nel Dark World di Alan Taylor appare ormai completamente dissolta. Non c’è più spazio per introspezioni psicologiche o monologhi teatrali immersi in scenografie dal sapore epico e l’Odino di Anthony Hopkins è un fantasma che serve soprattutto come promemoria rapido e indolore, tra l’effetto speciale e la barzelletta.

Del resto il sentiero dell’ironia è inesorabilmente intrapreso da Thor già nel prologo in cui il biondo e forzuto supereroe fa il gradasso con il dio del Ragnarok sulle note di Immigrant song dei Led Zeppelin – e Millennium di Fincher non c’entra niente, qui la connessione è chiaramente con I guardiani della galassia, l’unico vero cult sfornato dalla Marvel. Il fascino demiurgico di Thor che con il suo martello attraversa mondi, distrugge e crea come un dio greco, nelle mani del neozelandese Taika Waititi si fa, se possibile, molto meno fisico e più astratto che in passato. Tutto scorre via tra una battuta e l’altra sapendo che Thor è soprattutto il pellegrino e il supereroe di tutte le epoche e le galassie possibili. Ecco un Conan senza il divieto ai minori e soprattutto tecnologizzato. Uno spasso per questi nostri tempi in cui la distinzione tra passato, futuro, fantasy, scifi e vintage è pressocché impossibile da decifrare.

Così inaspettatamente scopriamo che solo in un film come Thor: Ragnarok l’esilità e l’efficienza di un cinema intertestuale – ma quanto teorico? qui il pensiero viene sorpassato a destra dal puro effetto luna park – riescono a raggiungere la velocità della navigazione web e dei like. Emblematica in tal senso la deviazione su Doctor Strange, pensata esclusivamente come aggancio Marvel, e allo stesso tempo così evidentemente parentetica da simulare perfettamente il link interno, forse persino il clic “sbagliato”. Più ampio invece il collegamento con Hulk che a tratti ruba la scena persino all’eroe protagonista, anche grazie alla sua potenza cromatica – il verde! – adattissimo alle visioni sgargianti che questo terzo capitolo sguinzaglia soprattutto a partire dalla sezione narrativa ambientata a Sakaar con quel gran maestro di Jeff Goldblum. L’estetica si fa a quel punto non soltanto multitasking ma anche multiculturale. Qui siamo dalle parti di Hollywood che guarda a Bollywood avendo in mente Tsui Hark e che ormai nei citazionismi orizzontali dei nostri tempi può tranquillamente mettere insieme gli echi cinemusicali di Carpenter con il kitsch dei Flash Gordon di De Laurentiis. È la globalizzazione. Prendere o lasciare.

Titolo originale: id.
Regia: Taika Waititi

Interpreti: Chris Hemsworth, Tom Hiddlestone, Cate Blanchett, Mark Ruffalo, Jeff Goldblum
Durata: 130′
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Disney