Threads: impaludarsi definitivamente

Per Geert Lovink l’unico modo di riabitare Internet è l’abbandono. Peccato che l’ultimo social griffato Meta sembra andare esattamente nella direzione opposta

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Concentricità

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Parlare di Threads pochi mesi dopo il lancio è  qualcosa di ostinatamente sbagliato nell’era infomediatica odierna. Perché, abbiamo imparato a nostre spese, l’unico modo di evolvere è il continuo aggiornamento. E lo scarto che si crea tra chi osserva, e il mondo stesso che muta, diventa troppo spesso irrecuperabile. Il mondo dentro e fuori le piattaforme (termine che nel testo sostituiremo a “social”) cambia giorno dopo giorno alla velocità di un post, e il cortocircuito che viene a crearsi sfocia nella più totale assoluzione al mezzo di comunicazione. Sarebbe sbagliato parlare di internet nei termini di “mass media” classico perché, dall’inizio degli anni Dieci del ventunesimo secolo, il metodo produttivo/di consumo è stato ribaltato, accorpando le due parti in causa e decentralizzando il sistema. La comunicazione nell’era digitale, del web 2.0, ha di fatto stravolto lo schema tanto caro ai manuali di comunicazione più accademici (La sfida dei mass media, Adriano Zanacchi), quello che segue la catena causale: fontemessaggiodestinatario. Dal vecchio al nuovo sistema il cambiamento è stato drastico.

Il tentativo di Mark Zuckerberg, a partire dal lancio del Metaverso, sembra essere quello di infrangere le barriere tecnologiche per accelerare un alleggerimento in favore degli utenti. Dopo la macro-era Facebook, fortemente ispirato da Ready Player One, ecco che il geek più celebre al mondo sceglie di propinare la virtualizzazione e l’evanescenza veicolandola per progresso. È nel 2022 che avviene il lancio di quello che Zuckerberg definisce un “ambiente virtuale in cui è possibile entrare invece di limitarsi a guardarlo su uno schermo” – sancendo di fatto la fine dell’era tangibile e inaugurando quella inodore fruibile da VR e smart glasses. Il Metaverso è la consacrazione della piattaforma, che ingloba lo spazio “reale” dell’utente per impaludarlo definitivamente. E i vari flop del progetto sono stati salvifici in qualche strano modo, dimostrando che le piattaforme entro cui è naturale vivere sono ancora quelle “classiche”, che senza sforzo alcuno sappiamo riconoscere, ma che, dovessero cambiare dal giorno alla notte, non ci stranirebbero. Threads in questo senso è emblematico. Con quello che può apparire un vero copia-incolla, come qualcuno ha evidenziato, Meta ha provato a reinventare Twitter, ora X. I numeri del lancio sono stati promettenti, guardando anche alle possibilità concesse dal nuovo Threads: un social testuale volto a una sorta di “approfondimento”; quasi in risposta ai casi di fake news, razzismo sistemico e botting della piattaforma di Elon Musk, che hanno allontanato parecchi utenti. Il risultato quale è stato? Il botting, l’odio e le fake news hanno proliferato anche su Threads, e l’interesse dell’utenza, come riportato da parecchi, sembra essersi fermato a un utilizzo ludico e volgare.

La forma del presente storico di Internet è senza dubbio la concentricità. Perché dall’insorgere dei modelli di successo delle piattaforme, e di chi le crea, il modus operandi è quello della chiusura; del circuito interno, da cui è difficile uscire. Threads è accessibile tramite l’account di Instagram, quindi senza doverne creare uno apposito. Il passo verso l’accesso è brevissimo, quasi annullato. E il mondo che ci si para dinanzi una volta entrati suscita una strana impressione. Volendo citare Caparezza è come se ogni volta che nasce una nuova piattaforma, fa l’effetto di un libro che ho già letto.

Riprendiamoci Internet

Sono quindi necessari sguardi più attenti e “laterali”, ripensare alla fruibilità delle reti (non più piattaforme) come nodi connettivi utili, per fare un esempio, alle fasce più basse della società. Nel suo Le paludi delle piattaforme: Riprendiamoci Internet,  Geert Lovink dopo aver abbandonato il sogno delle reti neutrali parla, nei termini di requiem, di svariate soluzioni sviscerando lo status quo e invogliando l’abbandono delle paludi. Il motivo per il quale l’immaginario liminal (centro nevralgico dell’ottimo Exit Reality di Valentina Tanni) si confà così bene all’idea di palude stagnante è presto detto: abitare le piattaforme ha messo dei paletti insormontabili alle applicazioni realmente benefiche di Internet, limitando lo spazio osservabile. E non c’è da farsene una colpa dopotutto, se pensiamo alla pandemia e la conseguente quarantena globale. Periodo durante il quale nasce (e persiste ancora oggi) la cosiddetta zoom fatigue: ovvero l’affaticamento dato dall’esposizione costante e ininterrotta della vita online, e dalla perpetua reperibilità. Zoom è stata la piattaforma cardine in questo senso, permettendo di entrare nelle case di tutti attraverso i nostri schermi, in qualsiasi momento.

Le paludi delle piattaforme diventa quindi un vademecum sull’abbandono perché, propone Lovink, l’unica via d’uscita sembra essere questa. L’inattività non basta più, serve una presa di coscienza. Uscirne infatti significa ripensare, e quale periodo storico migliore di questo? Oggi che la riscrittura del cinema, della moda, del gaming, della musica si abbandonano alla nostalgia. E parallelamente sorgono esigenze nuove, di conquista da parte delle “minoranze” – il 2020 è stato l’anno del “rilancio” del movimento Black Lives Matter, per citarne uno tra i più esplosivi. Allora perché non riprenderci la possibilità di organizzarci tramite le reti, fuori dagli sguardi indiscreti dei Big Data Server? Ripensiamo alle origini di Internet, e alla potenziale fonte di alfabetizzazione e libertà che sembrava promettere agli albori… è ancora possibile ritornare a quello stato pionieristico dell’evoluzione?

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