Three Kilometres to the End of the World, di Emanuel Parvu

Il cineasta rumeno si pone chiaramente nella scia della nuova onda rumena, di cui tra l’altro è un volto abituale. Ma sembra ancora alla ricerca di una forma personale. CANNES77. Concorso

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Al secondo lungometraggio da regista, Emanuel Parvu si pone chiaramente nella scia della “nuova onda rumena”, di cui non a caso è un volto abituale (tra le altre cose, appare in Un padre, una figlia di Mungiu ed è coprotagonista di Miracle di Bogdan George Apetri). Innanzitutto per una questione di temi e di atteggiamenti: un cinema che affonda lo sguardo sul groviglio inestricabile di una società che fatica ancora a liberarsi dalle zavorre del passato a che affonda costantemente in un gorgo di contraddizioni

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Al centro della storia è una famiglia di pescatori che vive in un villaggio sul delta del Danubio, una piccola comunità che però d’estate è una meta turistica piuttosto frequentata. Una sera, il figlio Adi, da poco diplomato, torna a casa stravolto. È stato pensato a sangue. E non si capiscono i motivi. Forse una rapina, forse una ritorsione per i debiti ancora non saldati dal padre. Ma la causa è un’altra: Adi è stato picchiato dai due figli del piccolo boss locale perché è stato scoperto in teneri atteggiamenti con un altro ragazzo, un turista proveniente da Bucarest. E questa cosa, per la mentalità retriva del villaggio, è inaccettabile. Dal momento in cui viene a galla la verità, la vicenda prende una strana piega. Il padre è incerto sul da farsi, la madre cerca di appellarsi al prete perché “guarisca” il figlio, l’ufficiale di polizia è restio a procedere a un’incriminazione per le pressioni del padre dei picchiatori. E, a un certo punto, sembra che a dover essere messo sotto processo sia proprio Adi, che non a caso viene legato, chiuso a chiave, isolato dal mondo esterno.

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Insomma, è abbastanza desolante il quadro che esce fuori da Three Kilometres to the End of the World. È tutto un intrico di connivenze, di legami che galleggiano sotto la superficie della legalità, di oscurantismi e superstizioni, di paure, silenzi, di meccanismi corrotti, di impasse burocratiche. Ma è una materia densa che sembra affrontata dalla prospettiva illuminata di uno sguardo un po’ troppo giudicante. E che, soprattutto, non riesce a trovare il corrispettivo di linguaggio adeguatamente complesso. Le inquadrature sono composte, “corrette”, a tratti anche capaci di lasciare un segno nella memoria, soprattutto nel finale. Parvu riesce a restituire il fascino di un’ambientazione poco abituale per il cinema rumeno. E, da attore, è abile a lavorare con gli interpreti nel disegno delle dinamiche dei rapporti (da segnalare i noti Bodgan Dumitrache e Adrian Titieni, oltre che il giovane Ciprian Chiujdea). Ma non avverti mai un’immagine che si imponga per necessità, una stratificazione, la suggestione di una diversa dimensione del discorso. Siamo lontani dalla consapevolezza di altri autori, dal lavoro sul fuoricampo di Mungiu o dalla complessità dei piani sequenza di Apetri, tanto per citare riferimenti più immediati. In fondo, Emanuel Parvu sembra essere ancora alla ricerca di una forma personale, limitandosi alla rivendicazione di un’appartenenza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8
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