Ti amo Presidente, di Richard Tanne

Solo una settimana dopo la nottata delle presidenziali che di fatto ha segnato la fine del sogno democratico esce in sala per uno strano, sadico gioco del destino il piccolo film di Richard Tanne che inscena il primo appuntamento tra Barack e Michelle. Un modo per rimanere agganciati a quella brezza di cambiamento che è stata violentemente chiusa fuori dalla finestra. Così inizia Ti amo presidente, con un movimento che fende l’aria prima di entrare in casa Robinson, dove una giovane Michelle si sta preparando per uscire con il nuovo stagista arrivato da Harvard. Le successive ore passate insieme non rappresenteranno soltanto l’inizio di una storia d’amore, ma della corsa che porterà la coppia a diventare gli inquilini più cool della Casa Bianca.

La programmaticità del racconto di Tanne è bilanciata dallo sguardo en plein air che mima il cinema europeo o europeizzato alla Linklater intrecciandolo con quello politico-sociale che infuriava all’epoca. I riferimenti al cinema di John Singleton, sia nella forma commedia di Poetic Justice sia in quella impegnata di High Learning, e all’onnipresente Spike Lee sono evidenti, tanto che i due a fine serata vanno proprio ad un cinema dove proiettano Fa la cosa giusta. E lo schermo diventa il filtro attraverso il quale ripensare alla giornata passata insieme, dalla mostra d’arte afro-americana che sinistramente ricorda l’invito di Obama a Trump di visitare lo Smithsonian Museum, fino all’intervento di Barack in un’assemblea di public housing nel Southside di Chicago, il luogo che ha dato la scintilla alla carriera del primo presidente di colore.



Per Tanne, che in questo caso piega la veridicità temporale alle esigenze di sceneggiatura, quella chiesa sconsacrata diviene anche il luogo dove scocca la scintilla dell’amore. Un amore che è già sineddoche di una passione più forte, più intensa. Durante il loro appuntamento i due studenti di legge riscopriranno insieme la passione per l’impegno verso la comunità, la politica delle persone ribellandosi all’appartenenza alla generazione Yuppie. Un ritratto del politico da giovane che è già una tela intrecciata dalla malinconia del momento.
Le tinte pastello e l’improbabile sole di Chicago ci proiettano in un mondo sognato, quasi un racconto morale sulla nascita di un politico, di una politica, di una nazione (come ha obiettato il film di Nate Parker) che si risveglia dagli antichi pregiudizi. La spensieratezza, la gioventù di allora contrapposta alla disperazione di oggi. Ora che la presidenza Obama è già un ricordo lontano, quelle camicie arrotolate a mezza manica e il sorriso sornione sono già materiale da archiviare sul grande schermo, un’oasi di nostalgia in un mondo che all’incontrario va.