Ti-Gars (One of the Guys), di Doris Buttignol

Buttignol racconta la transizione sessuale del caporale Lamarre da Virginie a Vincent, un documentario che è forse la catarsi definitiva delle rivendicazioni di genere. Al Divergenti Festival online

La discrasia tra un corpo sociale chiuso in cui v’è spazio solo per una vita marziale, dettata da ritmi imposti dall’autorità guerresca e tra un corpo fisico aperto al cambiamento che non accetta i limiti imposti dalla biologia e spesso dai suoi stessi superiori gerarchici per andare da un estremo all’altro dell’identità di genere. Il viaggio identitario esperito dal caporale Vincent Lamarre che tra il 2016 e il 2017 compie interamente la sua transizione da donna a uomo all’interno del corpo militare canadese è una storia apparentemente imbrigliabile nei canoni del cinema di denuncia. Il conflitto è doppio, individuale e comune allo stesso tempo: il sé vuole riuscire ad affermarsi contro altri notoriamente conservatori. Ed invece Ti-Gars (One of the guys), di Doris Buttignol, anteprima in programma all’interno dell’edizione online di DIVERGENTI, sembra calare da una realtà politica altra in cui perfino all’interno dell’esercito si può essere aiutati a prendere coscienza della propria affermazione sessuale. Distribuito principalmente come episodio della serie di documentari Ici RDI Les Grands Reportages, il reportage di Buttignol illustra ogni fase del processo del passaggio di Virginie a Vincent partendo dall’iniziale assunzione di testosterone alla mastectomia fino alla definitiva falloplastica. In compagnia della MdP della regista, invisibile eppur presente nei momenti più delicati del percorso, Vincent Gabriel-Lamarre racconta i motivi che l’hanno portato a questa scelta. Se piuttosto ambigua risulta la scelta di insistere in qualche più che velato accenno sulla mancanza della figura paterna, speleologo morto quando Virginie aveva solo due anni, è straordinario vedere invece vedere la serena accettazione operata dal resto della famiglia. A partire dalla madre, con cui il rapporto in passato non è sempre stato ottimale come appare nel presente, fino ad arrivare alla sorella, al fratello e soprattutto all’anziana nonna – ottantaquattro anni di bonomia fisica e morale portati splendidamente – Vincent ha avuto pieno sostegno dai suoi cari. I dialoghi con l’amico Shaun Bèlanger, artefice della stessa decisione qualche anno prima, nel loro sentito scambio di ansie, concordanze ed esperienze condivise, fanno quasi da commento per uno spettatore a cui non è richiesta necessariamente immedesimazione quanto un’empatica capacità d’ascolto. Ti-Gars (One of the guys) non ha infatti la riottosità di tanta filmografia di genere perché sceglie di servirsi di un tono medio, pacato che rinuncia all’inquadramento ideologico a favore di una compatta successione dei fatti. In fondo è lo stesso tragitto filosofico seguito dal protagonista del documentario: dalla provocazione del 2016 in cui sfilava nel LGBTQ+ Pride cittadino con i seni stretti tra strisce di tessuto mimetiche ed una catena con sussiscritto la parola stereotipi a quella dell’anno successivo dove sfilava a capo di una divisione ufficiale dell’esercito che per la prima volta nella sua storia dava l’avallo alla manifestazione. Il centro nevralgico del documentario, e cioè la transizione sessuale all’interno dell’esercito e in parte finanziata da esso, allo stesso tempo viene affrontato con una delicatezza mai pelosa. Virginie era già un driver di stanza in Afghanistan che sentiva il suo fisico come una gabbia da cui fuggire per poter essere aiuto maggiormente d’aiuto al suo Paese.

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Buttignol riesce quindi a rendere anche solo attraverso poche interviste ai suoi superiori come l’accettazione di questa decisione sia vissuta dal corpo militare quasi come inevitabile, una necessaria ratifica all’esprit du temps per far sì che i propri membri possano continuare ad operare in scenari di guerra. Una storia incredibile e quindi vera, verrebbe da scrivere cedendo alla retorica del paradosso, che la regista rende ancora più fantastica rinunciando alla sottolineature politiche a caratteri grossi. D’altra parte l’occhio di Buttignel in pochi ed azzeccati momenti al contempo inquadra con tutta la fisicità necessaria i cambiamenti in atto nel soldato transgender. Per farlo usa il semplice accorgimento tecnico della ripresa a distanza temporale che rende plastici i cambiamenti di voce, la crescita di peluria, lo sviluppo muscolare, l’asportazione dei seni fino alla scelta del fallo di gomma da utilizzare, preludio d’avvicinamento alla falloplastica finale. L’ultimo segmento del documentario riserva ampio spazio a questo passaggio, fondamentale per Vincent per poter vivere appieno la sessualità con la sua ragazza come dice egli stesso: “Ne ho bisogno, fisicamente. Quando esco dalla doccia, ho bisogno di vederlo, di avere qualcosa di concreto che mi permetta di stare con Nathalie“. Così quando il discorso diventa troppo personale Buttignol chiude pudicamente la sua opera non mostrandoci l’esito dell’operazione. La battaglia pubblica è stata vinta, quella individuale è un campo per fortuna sempre aperto a cui non abbiamo bisogno di assistere.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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