Ticket to Paradise, di Ol Parker

Rom-com iper-classica dove purtroppo l’amore vince sull’odio: Clooney e Roberts fanno scintille quando battibeccano tra loro mentre si spengono quando ritrovano l’intesa perduta. Irrisolto ed innocuo

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C’è una sensazione che non abbandona mai durante tutta la visione di Ticket to Paradise, di Ol Parker: il biglietto per il paradiso che il film promette non è destinato a noi spettatori ma alle sue star George Clooney e Julia Roberts. I due divi statunitensi, infatti, per l’intera durata del lungometraggio viaggiano in business class, sia nella finzione diegetica che nella realtà extradiegetica, mentre a chi è davanti lo schermo è chiesto di accomodarsi in seconda classe per percorrere sì la stessa tratta ma su poltroncine più anguste e senza la possibilità di sorseggiare champagne. Insomma, a divertirsi maggiormente in questa sorvegliatissima commedia romantica diretta con poco brio dal regista di Mamma mia! Ci risiamo è l’ormai storica coppia dello star-system hollywoodiano, felice di godersi questa escursione escapista da carriere ingolfate e desiderosa di riabbracciare anche solo estemporaneamente i bagordi glam di un decennio prima, quando (come in questo caso) l’importante non era necessariamente il progetto ma il rispettivo nome affisso sulla cartellonistica.

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Ecco allora che Clooney e Roberts interpretano, forse per l’ultima volta, due alias interscambiabili di qualunque carriera divistica, robustamente irrorati da dinamiche rom-com che pescano indistintamente dalla cattiveria dei Coen e dalla coralità di Nancy Meyers. I due amici-attori qui sono ex coniugi uniti dal comune odio verso l’altro e dall’amore verso la loro unica straordinaria (il cui unico merito però nella finzione sembra solo essersi laureata in legge dato che la sceneggiatura si dimentica di assegnarle altre doti) figlia. La trasferta esotica nell’isola di Bali, dove la ragazza ha festeggiato il suo titolo di studio innamorandosi perdutamente di un ragazzo indonesiano che coltiva alghe da generazioni, per impedirne il fulmineo matrimonio ha il grado di verosimiglianza che è possibile solo in prodotti di genere. Non è però l’incredibilità della premessa la zavorra maggiore che impedisce a Ticket to Paradise di prendere il volo almeno verso quote medie bensì la mancanza del cinismo che sarebbe stato lecito aspettarsi dopo il buon inizio. Se le prime battute (“Evito di essere nello stesso fuso orario con lei“, smozzicato da un Clooney con evidente licenza d’improvvisare) lasciavano intuire un saporito incanalamento verso i territori della screwball comedy, Parker manca quasi clamorosamente il conflitto tra rivali innamorati lasciandosi prendere la mano da innocue gag sulle differenze culturali tra popoli (nel 2022 c’è davvero qualcuno che ride alla traduzione di un lungo discorso nella gutturale lingua natia con un semplice “Benvenuti”?) e giovanilismi imbarazzanti (il beer-pong, vinto dal sessantenne Clooney contro il giovane promesso sposo). Inoltre, la volontà di cucire sartorialmente il lungometraggio attorno all’ingombrante duo attoriale comporta scelte che lasciano scoperto il resto: i due giovani promessi sposi, che dovrebbero essere personaggi attivi della vicenda, sembrano difatti essere stati scelti in fase di casting solo per non far ombra carismatica ai più blasonati protagonisti.

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Ticket to Paradise è allora una pariglia amorosa con un pavido cocchiere alla guida che scantona continuamente perché concede troppa briglia alla coppia più forte, libera di condurre la carrozza audiovisuale verso territori più congeniali ma troppo prevedibili. Perfino i tramonti sul più bell’arcipelago indonesiano possono venire in uggia se fanno solo da sfondo turistico all’ennesima riappacificazione di divorziati dell’high-class occidentale, in fondo colpevoli ai loro tempi di non riuscire a prendere le misure all’inevitabile trasformazione di un sentimento che “quando è cominciato era irreale, poi è diventato reale“. Parker e lo sceneggiatore Daniel Pipski abbozzano nel pre-finale il tema di questo errore di visione rifugiandosi però nella comoda allegoria della casa bruciata durante la scena al bar in cui Clooney si concede l’unico accenno drammatico con la voce impastata di alcool e di rimpianto. In un film che smette di credere all’insanabilità delle rotture affettive dopo i primi brillanti dieci minuti di visione a fronte di un prosieguo banalotto non sono i colori da coriandolo di Bali ad imprimersi nella mente ma l’assenza significativa di quel fuoco devastatore di dimore e matrimoni. Ma è solo un momento di fuga critica, sfuggito quasi nolentemente all’interno di una scrittura programmaticamente atemporale per essere riconosciuta universalmente classica e che invece risulta poco marcata: il biglietto per il paradiso non può avere un costo così innocuo.

 

Titolo originale: id.
Regia: Ol Parker
Interpreti: George Clooney, Julia Roberts, Kaitlyn Dever, Billie Lourd, Lucas Bravo, Sean Lynch, Arielle Carver-O’Neill, Romy Poulier
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 104′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2
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Il voto dei lettori
2.7 (20 voti)
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