Tigers, di Ronnie Sandahl

Tigers non è un film sul calcio, ma un film con il calcio. Al centro del film c’è la vicenda umana e vera di Martin Bengtsson, talentuoso ragazzo svedese, acquistato a soli sedici anni e portato in Italia dall’Inter. Il cuore di Tigers non è nel calcio, quanto nella solitudine di un ragazzo lontano da casa per inseguire ossessivamente il suo sogno. Un sogno che per essere realizzato non richiede solo delle rinunce, ma un vero e proprio sacrificio. Il film cerca di mostrare cosa vuol dire essere triturati in un meccanismo nel quale si è scelto volontariamente di entrare, come maiali che si presentano davanti alle porte del macello.

Sono un calciatore”, risponde Martin a Vibeke, ragazza di Stoccolma che lo ha appena conosciuto. “Non ti ho chiesto cosa fai, ma chi sei”, quasi lo rimprovera lei. Vibeke, con la quale Martin intesserà una relazione, è il suo contraltare: è una modella, ma non ha mai sognato di diventarlo e non sa cosa vuole fare della sua vita. Lei è vivace, impulsiva, spensierata mentre Martin è metodico, freddo, calcolatore. “Non devi fidarti di nessuno” gli aveva detto un suo compagno di squadra appena arrivato. Per questo, Vibeke diventa per Martin una inammissibile deviazione dal percorso su cui sta viaggiando, come se questo fosse segnato da dei binari. L’unica strada percorribile, la cui unica alternativa è il nulla, come gli dice il direttore sportivo Galli, un inquietante e calcolatore Maurizio Lombardi perfettamente in linea col suo Cardinal Assente di The New Pope.

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Il prezzo per seguire i binari è però molto alto per Martin, che ha pagato la sua occasione alla “Scala del calcio” con l’erosione del suo spazio privato. Proprio quello che gli viene negato appena arrivato a Milano, dove viene parcheggiato in un dormitorio in cui convive con gli altri ragazzi della primavera, ma che era già incrinato dai continui esercizi che Martin faceva nella sua cameretta in Svezia alla ricerca del controllo palla perfetto. In quello spazio condiviso, una gabbia dalle sbarre d’oro che sa di Grande Fratello (“Non è un match, ma un’audizione”, lo avviserà un compagno prima di una partita) e nella quale aggressività e machismo sono le ultime protezioni dall’ansia di fallire, Martin comincerà a deragliare. La sua salute mentale vacilla nel vortice ossessivo in cui entra, fino ad arrivare ad attacchi di panico e di autolesionismo.

Proprio questa ossessività è al centro della scrittura del regista e sceneggiatore Sandahl, già fulcro del suo script di Borg/McEnroe, e della sua regia, fatta di dettagli incessanti e primissimi piani. Sandahl vuole rimanere vicino al suo protagonista, seguirne la vicenda in maniera mimetica, sul filo di un didascalismo che a volte viene toccato, ma che non diventa mai una costante. Come nella metafora della tigre nella gabbia di uno zoo cinese, mansueta per vent’anni e che un giorno ha attaccato l’uomo che le stava dando da mangiare, che dà il titolo al film. Tigers rimane però un racconto delicato, emotivamente coinvolgente e soprattutto pieno di umanità. Proprio quella che appare così secondaria nello sport industriale contemporaneo e che dà al j’accuse sommesso del film la forza di un ruggito.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.67 (3 voti)

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