Till the End of the Night, di Christoph Hochhäusler

Un film dotato di molti piani di lettura, un piano di racconto che non cerca domande o risposte immediate, e più dei corpi sembra voler catturare lo spirito dei personaggi. Concorso.

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La notte di Hochhäusler è un giro di valzer di sentimenti, attrazione e repulsioni dentro un anomalo thriller poliziesco di tendenza autoriale. Racconta di un incontro, quello di Leni, un transessuale appena uscito in libertà vigilata, con Robert, un agente omosessuale che  dovrebbe servirsi di lei per sgominare una spaccio di droga su internet. Un legame fittizio, almeno all’inizio, architettato per complicarsi nei reciproci turbamenti dei protagonisti e dal nascere di qualcosa di non previsto dall’accordo, una postilla invisibile, incandescente.

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La trama è solo un appoggio di comodo. L’idea di Hochhäusler è rappresentare in realtà un livello più profondo, scavare sotto lo strato cutaneo e raggiungere il punto di contatto tra i sogni ed i desideri inconsci. Il sogno più grande è quello di Leni, decisa ad affrontare un’operazione chirurgica per cambiare sesso in via definitiva. Logica conseguenza di tali premesse è un piano nascosto dalle parole e la verità accumulata nei silenzi, nel buio di una stanza, nel sospetto e nella paura dell’altro dentro le atmosfere febbricitanti, che non riescono ad avvicinarsi quanto vorrebbero ai deliri fassbinderiani. Questa instabilità si può ravvisare anche nel vorticoso giro di personaggi, poliziotti e malavitosi, sempre vicini ad un crinale di doppio gioco, e nei loro diversi gradi di ambiguità che conferma come la diffidenza sia una deriva obbligata in un mondo pronto a tradire le proprie promesse. C’è un crollo incessante di fiducia nel collasso di basi fatti d’argilla, voci di un coro che si rincorrono senza mai trovarsi, un complesso disfunzionale di bugie dove tutto è insicuro e fugace, i corpi si cercano e restano lontani.

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Approcciarsi a questo film di Hochhäusler non è facile. C’è bisogno di una grande attenzione per il dettaglio di una quotidianità banale per poi risalire dallo sguardo metaforico a scolpire impercettibili movimenti individuali. Un’umanità degradata sostenuta anche da una fotografia fatta di ombre, spigolosa, ottima per restituire una profondità emotiva. La sceneggiatura tralascia i canonici turning point. L’arco dei personaggi è un lieve svelamento e loro stessi evanescenti e transitori, alle prese con  personali conflitti interiori. Non ci sono eroi di passaggio. Ci sono uomini e donne normali, vulnerabili, perlopiù finte o interessate, vestite di una maschera fatta di un egoismo e di paura, e c’è un clima di sospetto permanente. Ci sono i loro sbagli e gli errori ancora da compiere, in uno stato di insicurezza provocato dall’imprevedibile. E c’è un fuga da immaginare per scomparire dentro una nuova enigmatica vita, e toccare con mano una nuova chimera.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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