Timothée Chalamet nella bufera dopo le frasi su opera e balletto
La maschera di Marty Mauser sembra ormai sfuggire al controllo dell’attore. A pochi giorni dagli Oscar è finito al centro di una tempesta social, dopo alcune dichiarazioni rilasciate ad un incontro
Timothée Chalamet sembra proprio non voler abbandonare i panni di Marty Mauser, continuando a procedere con un solido piano di marketing, per l’ultimo film di Josh Safdie, che ha iniziato già da tempo a rivelarsi controproducente per alcuni aspetti. L’attore si trova attualmente coinvolto al centro di una bufera mediatica, dopo aver dichiarato “Non voglio lavorare nella danza o nell’opera dove la gente mantiene viva queste realtà di cui a nessuno importa più”. In occasione di un incontro pubblico con Matthew McConaughey per Variety, i due stavano discutendo sul destino della sala cinematografica rispetto all’avvento delle piattaforme streaming, quando Chalamet ha esordito con questa dichiarazione, incalzando subito dopo “Ho appena perso una parte di spettatori”.
Il risvolto abbastanza prevedibile è stato l’esplosione di una bufera social che in poche ore ha mostrato l’indignazione di molte persone. Passato allo scanner il profilo dell’attore, come avviene spesso in casi come questi, la critica più aspra rivoltagli è stata quella di incoerenza, visto che Nicole Flender e Pauline Chalamet, madre e sorella dell’attore, appartengono al mondo della danza, la prima ex-ballerina di Broadway e la seconda formatasi alla School of American Ballet di New York. Inoltre sono state evidenziate l’irriconoscenza e l’ignoranza dell’attore per via della diretta derivazione della natura del cinema come arte performativa, ma soprattutto l’incoerenza di questa dichiarazione dato che molte delle interpretazioni di Chalamet attingono dal ballo, come quelle del musical Wonka. Non si sono fatte attendere le repliche di importanti istituzioni che con svariati video hanno risposto a tono, mostrando il dietro le quinte e il grande lavoro di tecnici e artisti che si impegnano quotidianamente e le migliaia di spettatori che riempiono le sale, a dimostrazione della vitalità ancora pulsante di queste realtà. Al Metropolitan Opera di New York e al Royal Ballet and Opera di Londra si sono associati cantanti lirici e artisti vari incalzando con simili accuse di superficialità e arroganza. L’Italia, patria delle arti dell’opera e del balletto, si è aggiunta a questa ondata convulsa di risposte ad esempio con i video del Teatro alla Scala. Il Teatro dell’Opera di Roma ha dal canto suo scritto “Sappiamo che sei un tifoso della Roma ma qualcosa ci dice che dovresti allargare i tuoi orizzonti e venire a trovarci”, mentre il San Carlo di Napoli “Caro Timothée Chalamet al Teatro San Carlo, dal 1737, il pubblico la pensa diversamente. Quasi 300 anni di applausi e nessuna intenzione smettere”.
C’è chi sostiene che in realtà queste dichiarazioni siano figlie dell’insolita campagna promozionale di Marty Supreme, che ha portato l’attore ad incarnare i tratti spiacevoli e arroganti del personaggio proiettandolo fuori dagli schermi. Nonostante l’effettiva efficacia della campagna, che ha reso il film il maggiore incasso della A24, questa sembra aver suscitato reazioni piuttosto controproducenti sia da parte dell’opinione pubblica che all’interno dell’Academy, facendo presagire la mancata assegnazione della statuetta. Una situazione simile si era già verificata lo scorso anno, con il Bob Dylan di A Complete Unknown, che ha visto trionfare Adrien Brody per The Brutalist. Uno strano scherzo del destino, considerando che Brody è stato l’attore più giovane ad aver vinto l’Oscar per Il pianista all’età di 29 anni. Un primato che potrebbe accomunare i due interpreti nel caso in cui Chalamet dovesse vincere quest’anno. Ma la sua spavalderia sembra averlo allontanato dall’ambito riconoscimento. Dopo la vittoria del Golden Globe e del Critics’ Choice Award, i BAFTA e agli Actor Awards non gli hanno assegnato nessun premio, iniziando a mostrare i malumori dell’industria nei suoi confronti, infastiditi da questo atteggiamento tanto polarizzante.
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Svariate analisi, come quella di Scott Feinberg per il The Hollywood Reporter a seguito degli Actor Awards, sostengono ormai il fallimento di Chalamet per l’Oscar, ma di fatto l’ultima “gaffe” non può avere in alcun modo influenzato la corsa, considerando che le votazioni si sono chiuse il 5 marzo. Pertanto tutto ciò che è avvenuto e avverrà dopo sarà solo un’influenza sull’opinione pubblica e andrà a toccare forse una parte ancor più delicata degli operatori del cinema, ovvero gli spettatori. In quest’epoca mediale i social e le shit storm hanno un potere evidente, da esempi come quello di Karla Sofía Gascón l’anno scorso, che ha presagito la disfatta di Emilia Perez, sia per avvenimenti più simpatici come il recente scandalo sui gatti di Jessie Buckley. È inevitabile che la relazione con Kyle Jenner e l’intraprendenza di Chalamet lo abbiano reso un personaggio influente, discusso e un elemento trainante per una nuova generazione di spettatori, ma che questo accanimento promozionale lo porti ad essere inghiottito dalle sue stesse pratiche è un rischio che sta iniziando a materializzarsi. Un po’ come Jim Carrey in The Mask, speriamo che Timothée Chalamet non si fonda con Marty Mauser, o almeno che la magia si esaurisca presto.





















