Tito e gli alieni. Incontro con Paola Randi, Valerio Mastandrea e il giovane cast

Paola Randi racconta la genesi del suo Tito, film dalla nascita difficile, possibile grazie alla Bibi Film e al lavoro del cast, da Valerio Mastandrea ai giovani Luca Esposito e Chiara Stella Riccio

Quando Tito e Anita rimangono orfani, toccherà al Professore, fratello del padre, prendersi cura di loro. Proprio lui, che da sei anni è impegnato in una ricerca scientifica vicino all’area 51 ma che in realtà passa le  giornate sul divano a cercare di captare un segnale dall’universo, una traccia della sua amata moglie defunta.  Scritto e diretto da Paola Randi, Tito e gli alieni uscirà il 7 giugno in 100 copie, ed è un film che i produttori della Bibi Film, Angelo e Matilde Barbagallo, hanno voluto tantissimo, fin dal primo sguardo al soggetto: “Abbiamo prodotto il film grazie al contribuito di Rai Cinema e questa volta anche di TimVision Production. Per noi è un film importante perchè rappresenta la ricerca di un nuovo rapporto con il pubblico, per il futuro“.
Quando ho letto la sceneggiatura mi ha subito colpito tantissimo” racconta Matilde Barbagallo “perché questo è un tipo di cinema che io amo. Quindi ho incontrato Paola e ho capito che dovevamo trovare il modo di raccontare, senza scimmiottare il cinema americano. Diciamo che io ero lì in veste di traduttrice“.
La regista milanese Paola Randi, al suo secondo lungometraggio (il primo era Into Paradiso) continua la frase della produttrice: “Matilde mi capiva immediatamente. Io dicevo una cosa sul set e nessuno mi capiva, ho difficoltà a volte a mettere in parole le mie idee. Forse mi capiva solo l’operatore e Matilde che in due minuti traduceva quello che avevo detto io e tutti capivano. Era meraviglioso. È molto importante avere intesa con la produzione“.

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Subito dopo racconta ai giornalisti romani la genesi del suo Tito e gli alieni: “È nato tutto da un’esperienza personale. Io come tanti ho subito delle perdite importanti. Poco prima di morire mio padre ha iniziato a perdere la memoria, e questo era molto triste per me, perché mio padre è sempre stato un uomo intelligente, positivo, fantasioso. Un giorno l’ho trovato intento a guardare una foto di mia madre appesa al muro…stava cercando di conservare il ricordo, di trattenerlo. Mi è subito venuta alla mente l’immagine di un uomo che non si alza dal divano e che cerca la voce della moglie. Da lì ho ragionato su come si può fare a trovare l’antidoto alla perdita, che ha delle conseguenze, come reinventarsi la vita, totalmente da capo.

Nei panni di questo professore vedovo, Valerio Mastandrea, che ha conosciuto la regista recitando nel suo primo cortometraggio, Giulietta e la spazzatura: “Abbiamo girato per 1 giorno e a me sono sembrati 7 anni… a parte tutto, lì mi sono accorto che Paola aveva una visione unica, un senso artistico e del cinema molto forte. È un’artista pura e in quanto tale è meravigliosa e al contempo difficilissima. Leggendo la sceneggiatura di Tito mi sono innamorato dell’aspetto poetico del film e del personaggio, a prescindere dal genere fantascientifico. Il mio personaggio è un uomo che vuole mantenere vivo il ricordo di una persona che non c’è più e lo fa in modo totalmente acritico, cioè senza trarre qualcosa da questa perdita. Le perdite invece ti danno un nuovo presente e ti consentono di pensare al futuro in un modo diverso. Ma il professore non pensa, dorme. Quando improvvisamente viene infastidito da due mosche che non riesce a scacciare e che lo costringeranno ad amare e a farsi amare.

Le due mosche in questione sono Tito e Anita, ovvero Luca Esposito e Chiara Stella Riccio, provenienti rispettivamente da Scampia e Ponticelli. Il piccolo Luca Esposito racconta energicamente la sua esperienza: “Innanzitutto cercavo di capire la trama e già era abbastanza difficile. Una volta capita volevo sapere il finale ma ancora non era stato scritto. Una volta saputo sono rimasto molto colpito…e poi Las Vegas e chi se l’aspettava? Dalle stalle alle stelle diciamo. Insomma sono stato molto fortunato a lavorare con Paola, Chiara, Valerio. Sono molto soddisfatto.
Io ho saputo del provino grazie al laboratorio teatrale di cui faccio parte a San Giovanni a Teduccio”; interviene Chiara Stella. “Mai mi sarei aspettata di fare questo film, è tutto iniziato per caso. La Bibi film ci ha fatto sentire subito a nostro agio, e Paola anche tantissimo. È una persona speciale e Valerio è un bravissimo attore.
Nel cast anche Clemence Poesy, che interpreta la bella Stella e che a detta di Paola Randi è stata scelta anche perché è un po’ pazza: “E questo era un requisito fondamentale per seguire una carovana come la nostra…

Tito e gli alieni non ha avuto una nascita facile, e una volta girato ci sono voluti due anni per portarlo a termine (“Io avevo 18 anni e Luca 6 mesi” scherza Mastandrea). Paola Randi racconta di come il progetto non era proprio dei più facili: “Innanzitutto io ero già stata in America ma dovevamo tornare in quei luoghi per scrivere bene la sceneggiatura. Il film in più mixa effetti speciali girati in camera con effetti visivi in post produzione. Ad esempio la scena finale del film. Ma ci sono altri elementi come il sogno di Tito…lì le costruzioni sono vere e sono tutte meccaniche, a cura di Daniele Jost. Insomma i tempi di ripresa sono stati i più brevi, il dopo no. Abbiamo girato nel deserto del Nevada, vicino all’area 51, in una località che si chiama Rachel. Ci abitano 54 abitanti, cowboy e agricoltori che sono convinti di custodire un segreto, ossia che nell’area 51 ingegneri alieni e umani lavorano insieme per fare nuove scoperte. L’ultima scena invece l’abbiamo girata a Montalto di Castro in un ex centrale nucleare. Mi piaceva l’idea di un luogo dismesso, ha qualcosa di magico. Come ce l’hanno i film di fantascienza, di cui io sono appassionata da quando ero piccola“.

Valerio Mastandrea ci tiene a prendere la parola per parlare dell’Almería, dove è girata un’altra buona parte del film: “Dovete sapere che l’Almería è una delle zone più ventose di Europa. La pista di atterraggio era lunga da qui alla quarta fila della sala. Abbiamo preso anche dei simpatici aeroplanini ad elica per muoverci e soprattutto l’osservatorio dove abbiamo girato era gelido, perché per funzionare un osservatorio non può essere riscaldato. Diciamo che ci siamo mantenuti giovani. A parte tutto, spesso mi chiedono quale è lo stato del cinema italiano, a Cannes per esempio. Lo stato del cinema italiano è che c’è poco tempo, sempre troppo poco tempo per fare un film. Questo film è stato girato in 5 settimane, ed è difficile e possibile soprattutto grazie al coraggio e all’audacia di Matilde Barbagallo. E grazie alla follia del binomio di queste due donne, senza il quale non si sarebbe mai fatto“.

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