To the Moon, di Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang

In questi giorni alla Triennale di Milano, To the Moon è un viaggio che, attraverso la tecnologia VR, accompagna lo spettatore sulla luna, stimolando le sue capacità sensoriali e riflessive.

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In questi giorni alla Triennale di Milano è possibile effettuare l’esperienza in realtà virtuale dal titolo To the Moon. Un’istallazione multimediale nata dal genio creativo di Laurie Anderson, in collaborazione con l’artista Hsin-Chien Huang. La tecnologia VR incontra cultura, arte e storia generando una riflessione sull’umanità che stravolge il punto di vista dello spettatore/attore. Una volta indossati joystick e visore, ci si ritrova a fluttuare sopra la superficie lunare, osservando da lontano il gigante pianeta blu che ci si trova di fronte. Questo capovolgimento di prospettiva nei confronti dello spettatore, attivo nella fruizione dell’esperienza visuale, riporta alla mente Italo Calvino.

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Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più.

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Siamo nel 1967. Così Calvino risponde ad Anna Maria Ortese riguardo alle perplessità espresse dalla scrittrice sull’imminente sbarco sulla luna. Qualche anno prima era uscito il celebre romanzo Le Cosmicomiche, il cui primo capitolo è proprio riservato all’esperienza di entrare in contatto con la luna. Un’esperienza che vive degli echi letterari di Galileo Galilei, Giacomo Leopardi e Ludovico Ariosto. C’è un senso di materialità che permea la scrittura di Calvino, in grado di sviluppare un rapporto tattile con la superficie lunare che diventa oggetto tangibile, pur mantenendo un alone di mistero. Luna che è soprattutto il punto di partenza per una maggiore conoscenza dell’animo umano, che viene analizzato (anche con la giusta dose di ironia) da una prospettiva “aliena”, mai utilizzata prima di allora dall’uomo per l’autoriflessione. Alla base di questa straordinaria rivisitazione dello stereotipo lunare vi è la convinzione, da parte di Calvino, che scienza e letteratura possano arricchirsi nel contatto reciproco.

Quasi 60 anni dopo l’allunaggio, il rapporto su cui riflettono Anderson e Hsin-Chien Huang è quello tra arte e tecnologia. Quanto possono dare l’una all’altra e quanto sono in grado di legarsi per creare un’opera il cui senso viene costruito durante i 15 minuti di esperienza virtuale?

Si procede quindi per suggestioni che alimentano la fantasia e la riflessione dello spettatore, immerso nell’esperienza spaziale una volta vestiti i panni di un astronauta. La superficie lunare diventa “magazzino” dell’esperienza terrestre come nell’Orlando Furioso di Ariosto. Molecole si uniscono davanti agli occhi dello spettatore per generare animali preistorici e figure mitologiche, in un perfetto connubio tra scienza e storia, tra innovazione e archeologia.

La passeggiata spaziale è costellata suggestioni umanistiche che si fanno sempre più insistenti. Una rosa (forse un rimando alla candida rosa dantesca?) si staglia davanti allo spettatore che ha la possibilità di ripararsi tra i suoi petali dalla pioggia di molecole. Si giunge, in seguito, alla base di una montagna che si erge sospesa nell’immenso aere spaziale. Si sale fino in cima, facendosi spazio tra le sedie abbandonate, unica traccia rimasta dell’umanità. Ma il volo di Icaro col quale si raggiunge la vetta si conclude con la caduta nel vuoto del corpo dell’astronauta, attraverso un processo di spersonalizzazione che investe inaspettatamente lo spettatore. Questi perde d’un tratto la sua materialità e, nel silenzio acustico creato dallo spazio, viene raggiunto da una voce di donna.

Non sappiamo di che cosa siamo fatti, non sappiamo chi siamo. Siamo il più grande numero primo.

Siamo irripetibili ma anche terribilmente autoreferenziali, sembrano dirci Anderson e Hsin-Chien Huang. L’uomo ha perduto la propria connessione con ciò che lo circonda, distruggendo, bruciando e saturando il pianeta che lo ospita. Come un numero primo che è in grado di dialogare solo con se stesso, l’uomo ha sacrificato l’altro da sé, rimanendo di fatto solo. Il teatro di orrori ed egoismi della guerra tra potenze viene rievocato da una violenta pioggia di meteoriti dalla quale nascono le bandiere delle super potenze del passato e del presente. Allo stupore che coinvolge lo spettatore per quasi tutta la durata della performance, ecco che subentra un amaro senso di impotenza che pervade la parte finale del viaggio lunare.

Sai perché amo le stelle? Perché non posso far loro del male, non posso bruciarle o farle esplodere.

Mistero, ammirazione, delusione. To the Moon accoglie lo spettatore con il più moderno dei viaggi possibili e lo accomiata ritornando all’origine dello spostamento. A dorso di un mulo si conclude un viaggio che ritorna alla propria essenza. Un viaggio che esce dai confini terrestri per abbracciare l’altro. Un viaggio onirico che parte dalla sensazione di meraviglia per ciò che ci circonda ma che allo stesso tempo ci costringe a fare i conti noi stessi.

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