Tokyo Godfathers, di Satoshi Kon, Shōgo Furuya
Commedia sofisticata e farsa grossolana, alchimia perfetta che sconfina da robot e ninfette giapponesi. Una favola realistica che Chaplin e Capra avrebbero amato. Al cinema da oggi a mercoledì 26
L’immagine che abbiamo della cultura pop giapponese è fortemente incentrata sull’uomo, con una forte valenza nichilista, perché conformemente agli stereotipi dominanti, quella che percepiamo è esclusivamente la cultura maschile: i film yakuza o mecha anime. Satoshi Kon, al terzo lungometraggio, è uno dei più apprezzati autori d’animazione giapponese di oggi e certamente ha intrapreso un percorso creativo assai lontano dalle tendenze dominanti. Suo mentore è il geniale Katsuhiro Ōtomo (Akira, Steamboy) e viene dalla scuola degli shôjo manga (fumetti per ragazze).
STORY EDITOR, corso online dal 20 gennaio 2026

-----------------------------------------------------------------
I protagonisti di Tokyo Godfathers sono gli emarginati, i senzatetto, i “nani(non)tecnologici” lontani da una fantascientifica e soprannaturale società. Un ciclista alcolizzato, un travestito di mezza età e una ragazza scappata di casa, mentre rovistano tra mucchi di spazzatura per cercare i loro personalissimi regali di Natale, sentono un pianto soffocato proveniente dal cumulo d’immondizie: è una neonata. Comincia la ricerca dei veri genitori e parte la spassosa odissea tragicomica che segnerà un vero e proprio viaggio esistenziale.
Tokyo Godfathers è commedia sofisticata e farsa grossolana, alchimia perfetta che sconfina dal genere dei robot e delle ninfette. Indubbiamente assai evidenti sono i richiami alla fumettistica del dopoguerra nipponico che trovava nel maestro Tezuka Osama la massima espressione. Ma soprattutto la rappresentazione e l’intreccio narrativo del film sembrano rievocare il tradizionale teatro Takarazuka.
Il film è un miscuglio stravagante di elementi occidentali e orientali: rielaborazioni di musical (i grattacieli di Tokyo si agitano e danzano una versione techno dell’Inno alla gioia di Beethoven), di classici cinematografici (la storia s’ispira a In nome di Dio. Il texano di John Ford, western del 1948), opere liriche, opere teatrali, classici manga ed eventi reali. Ma è anche espressione schietta dei sentimenti populistici. L’interesse per i personaggi omo- o bi- e/o tran-sessuali (oltre allo sfacciato travestito anche nella bambina scappata di casa l’identità sessuale appare camuffata) è l’altro segnale inequivocabile che procede paradossalmente verso la “purezza di stile” e la “chiarezza sentimentale”: il distacco ironico e/o demenziale si raggiunge per un’artificiosità (auto)consapevole. In Tokyo Godfathers anche gli uomini possono essere uguali alle donne, e sia le donne che gli uomini possono porsi il problema se essere donne o uomini o un’altra cosa ancora. Il finale è “agiatamente” felice, ma non importa: il collasso dei corpi e dei ricordi rispecchiano la decadenza della struttura familiare che sostiene lo stato e definisce il sistema di un Paese abile a reprimere le proprie debolezze. È una favola realistica che Chaplin e Capra avrebbero amato: quei sentimenti virtualmente stucchevoli non esauriscono la ricerca follemente inventiva, visivamente fredda e ossessionata del dettaglio magicamente “fantasy”.
Titolo originale: Tôkyô goddofâzâzu
Regia: Satoshi Kon, Shōgo Furuya
Distribuzione: Nexo Studios
Durata: 91′
Origine: Giappone, 2004






















