Too Funky (for us) Storia video-musicale di George Michael

Mentre tutti erano mediaticamente accorsi al capezzale di Carrie Fisher, preoccupati che il perfido 2016 si portasse via la Principessa Leia, ecco che – con un improvviso detour e ironia beffarda, da perfetto villain – l’anno terribile per la musica pop-rock ci priva di un artista sulle labbra di tutti in questi giorni festivi, con l’ormai classica Last Christmas, come ogni anno dal 1985 in poi.

L’effetto è talmente straniante da ribaltarsi quasi in barzelletta, tra status “Ma allora era proprio Last Christmas” o tweet sbadati come quello di Sarah Michelle Gellar, che trent’anni dopo offrono un revival della confusione tutta 80s tra i due George del pop, il leader degli Wham e quello dei Culture Club, BoyGeorge…

Tra le tante vittime illustri di questo 2016, la scomparsa improvvisa di George Michael ci tocca per la perdita umana e artistica ma anche perché scavalla il decennio dei 60-70, a cui tutti i defunti illustri, da Bowie a Emerson, appartenevano, per occupare le prime caselle degli 80-90, ossia la generazione dei video che uccisero le radio star e che trasferirono i look eccentrici dalle copertine dei vinili su prodotti audiovisivi altrettanto se non più importanti dei pezzi musicali.

George Michael ha cavalcato quei venti anni cruciali, prima con gli Wham, (duo nato sui banchi di scuola, come in Sing Street di Carney, e pregno degli umori musicali e culturali del periodo) poi con un’incredibile carriera solista, sempre al massimo della sperimentazione visiva e di un linguaggio intermediale stratificato e raffinato, precorrendo tempi e mode, arrivando quasi a nascondere le proprie doti canore, sfoderate in tutta la loro potenza solo nei nei grandi live – dal tributo a Freddy Mercury all’ultimo world tour nel 2011 – in una scenografia minimalista, con la voce a riprendersi la sua rivincita sull’immagine.

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Eppure che immagine era! Dalle piccole storie di quotidiano edonismo celebrate nel periodo Wham, come Club Tropicana – tutte spensieratezza, sole, mare e conquiste passeggere – di anno in anno i video di George Michael danno corpo a vera storia del videoclip, secondi soltanto a quelli di Madonna: e del resto Too Funky e Freedom (quest’ultimo con l’elegante regia da haute couture di David Fincher) non sono forse inni alle superfici patinate e scintillanti del decennio, calpestate dalle falcate delle super top Linda Evangelista & co, al pari del Vogue di Miss Ciccone?

Ed è infatti lei che nel 1989 introduce il premio alla “Diva himself, George Michael” ricordando quanto abbia inciso – “just like me” – nella cultura dei video-musicali:

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All’inizio degli anni Novanta, Michael intuisce quanto l’immagine sia predominante e malgrado vocalmente sia il perfetto anello di congiunzione tra il timbro inarrivabile di Freddy Mercury e i suoni sintetici dell’epoca duraniana, sceglie di privilegiare l’elemento visivo.


Ma se gli anni Ottanta, da idolo adolescenziale con gli Wham a giovane solista consacrato da Aretha Franklin e dalla ballad Careless Whisper, lo vedono oggetto del quadro, all’inizio del nuovo decennio desidera piuttosto esserne l’autore. Come nell’essenziale Too Funky, dove si mette dietro la telecamera, occhio assetato di bellezza intento a riprendere una sfilata di corpi che riecheggiano icone passate (la Evangelista-Marilyn), tripudi di piume fosforescenti o dominatrici bondage inguainate in costumi di pelle.

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Un apparato camp che dissimula e confonde i generi – musicali come sessuali – e coinvolge lo stesso look dell’artista, che gioca sempre più coi cliché della cultura queer con tocchi da cowboy metropolitano per il video e il tour di Faith, nel 1987, dove il sound degli Wham, pure persistente, viene affidato a schitarrate folk.

Mosse di danza ammiccanti, falsetti, una luttuosa e composta ballad per la morte del compagno brasiliano Anselmo Feleppa, Jesus to a child, gli inside jokes di Madonna: eppure l’omosessualità di George Michael resta un “pubblico segreto” senza un’ufficializzazione da parte del diretto interessato. Che arriva, nel 1998, quando viene arrestato a Beverly Hills con l’accusa di aver adescato un poliziotto in borghese nei bagni pubblici (più o meno nello stesso periodo in cui fanno scalpore gli arresti di Hugh Grant e Eddie Murphy, beccati in macchina con delle prostitute).

Ne viene fuori Outside, unico coming out ad essere anche un gioiello del videoclip, che mette in scena il proprio imbarazzante arresto con un’irriverente parodia del puritanesimo americano: tra panoramiche che simulano capillari e pruriginose telecamere di controllo e urinatoi pubblici che si trasformano in glitterati interni di discoteca, George Micheal dà vita a una trascinante performance da discomusic alla Village People, invitando tutti a farlo all’aria aperta, spose incinte di bianco vestite, coppie omosessuali ed etero, la cui intimità è violata dalle trasparenze dei grattacieli di vetro.

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Ma questa estrema liberazione è anche l’ultimo exploit nella sperimentazione video, che arriva non a caso alla fine degli anni Novanta. Dopo lo scandalo, a cui pure risponde con divertita provocazione, Michael decide che è tempo di abbandonare l’immagine camp e riporre l’uniforme con cinturone e manganello di Outside.

D’ora in poi sarà sempre impeccabile in completi d’alta moda per i duetti del ’99 e del 2000 con Mary J Blidge, nella cover di Stevie Wonder, As, e quello con un’altra icona scomparsa, Whitney Houston, in If I told you that, entrambi ambientati all’interno di club ma con l’atteggiamento composto e classy di chi ormai – almeno sulle scene – vorrebbe essere fuori da certe stravaganze.

Un colpo di coda, assai prima dell’affascinante White Light, brano ultraterreno che sa già di lascito con quel “One less star on the atmosphere” (accanto a un’altra stella cadente come Kate Moss) lo concedeva Amazing, in cui sembrava volgere malinconicamente lo sguardo ai tempi perduti: seduto in mezzo a un gruppo di giovani in una futuristica lounge, assiste alla proiezione olografica di sua una esibizione contemporanea ma chiaramente riferita all’immaginario visivo dell’era Faith. 

Il passato è racchiuso in una sfera virtuale, come gli schermi di cui siamo prigionieri. Let’ s go outside?