Too Old to Die Young, di Nicolas W. Refn

Il marchio autoriale come brand. Su schermo nero, prima ancora del titolo di questo lavoro a puntate che da oggi possiamo vedere su Amazon Prime, compare una firma colorata che è di per sé già dichiarazione programmatica: #byNWR. L’hashtag con le iniziali racchiude perfettamente le strategie promozionali costruite da Nicolas Winding Refn, soprattutto da Drive in poi. Qualsiasi riflessione sulla deriva estetizzante del regista danese potrebbe arrestarsi qua, di fronte alla compiuta riconoscibilità di una poetica (?) che ha deciso di vendere l’anima al demone della forma. The Neon Demon si chiamava del resto il precedente film, che in qualche modo anticipava gli estremi iperrealismi cromatici, sonori e le rarefazioni narrative e recitative che compongono Too old to die young.

Inutile cercare uno sguardo sull’uomo o un affresco umanista, quindi. Refn ormai è pura stilizzazione. Le macchine, le sedie e le luci al neon contano quanto le persone, se non di più. E qui, a prescindere dagli evidenti riferimenti all’America trumpiana, se esiste un’urgenza in questo noir metropolitano composto da corpi nudi, manichini e giustizieri indistruttibili è racchiusa nella sua pura superficie. Da questo punto di vista è un cinema davvero disperato per come cerchi bagliori e punti di fuga esclusivamente sulle possibilità – e fissità! – dell’estetica. Ecco allora personaggi privi di autoironia, che si muovono in modo automatizzato, camminano lentamente come degli zombi e a volte sembrano andare piano anche nelle scene violente, parlano pochissimo e sono sempre pensierosi sulla prossima mossa da fare. Caratteristica che li avvicina alla scrittura stessa di Too old to die young, ingolfatissima in quanto accessoria (o viceversa?). Perché è chiaro che Refn ragiona per composizioni visive e non per processi emotivi.

In questo esercizio ovviamente non c’entra la Tv e forse nemmeno lo sperimentalismo di una nuova forma narrativa seriale, di cui Too Old non vuole seguire minimamente le regole. In fin dei conti vedere un film o una serie Tv #byNWR equivale a imbattersi in una video installazione da cui entrare e uscire a piacimento, appagare lo sguardo, innamorarsi delle figure, delle illuminazioni pop, della canzone da jukebox o della musica elettronica, per poi stufarsi, allontanarsi, e infine ricominciare da capo e ritornare alla contemplazione di partenza. E sembra paradossale viste le dimensioni del progetto, ma ora come ora l’opera del cineasta danese sembra fatta apposta per essere adorata distrattamente e a piccole dosi (“Ho tagliato e separato ogni episodio ovunque mi sentissi. Era come dipingere un’enorme tela, poi spezzarla in piccoli pezzi per mostrarla agli spettatori”). Ecco non servirebbe nemmeno una puntata intera, ma una singola sequenza, forse un frame, forse un hashtag colorato. Diciamocelo: se non avesse fatto il regista, Winding Refn avrebbe inventato Instagram.