Tori e Lokita, di Luc e Jean-Pierre Dardenne

Il cinema dei due registi belgi non riesce più a sostenere il peso delle loro storie e riciclano un metodo che però non funziona più come in passato. Concorso.

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Lokita è inquadrata dietro la nuca mentre dorme. È una delle rare immagini di un pedinamento emotivo prima che fisico. È anche uno dei pochi momenti dove non è in fuga ma invece è ferma. Solo in quel frammento lo sguardo dei Dardenne diventa autenticamente vicino alla protagonista e tralascia per un attimo l’insistita sottolineatura delle sue azioni e quelle di Tori. Sono loro i protagonisti del dodicesimo film dei registi belgi, arrivati entrambi dall’Africa. Lei ha 16 anni, è originaria del Camerun e i pochi soldi che guadagna cerca di mandarli alla famiglia. Lui invece ne ha 12, viene dal Bénin da cui è scappato dopo che era visto come il figlio di una strega. La loro è una storia d’amicizia anche se fingono di essere fratelli. La loro nuova vita in Belgio è piena di difficoltà. Lokita è perseguitata dalla chiesa africana che l’ha fatta arrivare lì, ha bisogno dei documenti del permesso di soggiorno che Tori ha già ottenuto. Poi, entrambi vendono droga per il cuoco di un ristorante. La loro unione è l’unico modo per non soccombere.

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Se nel cinema dei Dardenne, almeno fino al bellissimo Due giorni, una notte, erano i movimenti nervosi dei protagonisti che scrivevano le storie, ora invece avviene il contrario. E si sente. Il cinema dei due registi belgi non riesce più a sostenere il peso delle loro storie. In più, al di là delle storie differenti portate sullo schermo, riciclano lo stesso metodo che però, proprio da un punto di vista cinematografico, non funziona più come in passato. Certo, non c’è la forzata, ‘violenta’ distanza di L’età giovane. Tori e Lokita, rispetto ad Ahmed, non si rifiutano di vivere la loro età, ma non possono farlo. Per raccontare una storia di migrazione, i Dardenne devono rifugiarsi nelle forme di uno schematico e informe poliziesco come era già avvenuto in Il matrimonio di Lorna. Tori e Lokita sono spesso seguiti, controllati, in pericolo anche quando si trovano da soli in una stanza. Lo schiaffo, la corsa, la fuga, gli attacchi di panico della ragazza non hanno più quell’affanno ma anche quella vitalità. Il finale nel bosco è proprio l’esempio di un’involuzione che rappresenta quasi una resa. Non si sentono però più i passi e il respiro, per esempio, di Rosetta. Solo il dramma di un film, certo, pienamente ancorato al presente, che offre un’altro sguardo su un’umanità ai margini. Nell’inquadratura iniziale di Lokita, che illude di poter guardare in macchina, c’è il depistaggio di un possibile racconto in prima persona che è quello che ha sempre affascinato del cinema dei due cineasti, anche senza soggettive o voci-off. Ora invece l’approccio è più oggettivo. Del poliziesco però non ha la tensione. Del cinema sociale manca invece la profondità nel far emergere ‘chi sono’ e ‘dove andranno’. Tori e Lokita sono altre due figure della loro galleria. Per trovare la loro umanità e la loro storia, entra in gioco La fiera dell’Est di Branduardi. Dovrebbe avvicinarci a loro, invece ci separa ancora di più. Un’altra forzatura di scrittura di un cinema che è stato morale e che ora rischia di diventare solo studio antropologico.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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