TORINO 21 – Anarchiche visioni fra Usa e Corea

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Il TFF volge al termine, ma dimostra di non volere smettere di stupire: dopo le vibranti ed energiche opere di Friedkin & Fukasaku, a smuovere le acque di una programmazione più omogenea del solito ci hanno pensato le pellicole di un veterano come Joe Dante (Looney Tunes: Back in Action) e della scoperta sudcoreana Juh-Hwan Jans (Ji-Goo-Ruel-Ji-Kyeo-Ra!/Save the Green Planet). Entrambi film visivamente saturi e immersi in un citazionismo che riesce a non diventare mai prigione di istintualità, Looney Tunes e Save the Green Planet riportano in auge un'idea di cinema kolossal in grado di diventare fucina creativa per talenti anarchici, che si divertono ad alternare i toni e a creare continui spiazzamenti in grado di entusiasmare i nostri occhi di spettatori ormai disillusi dalle proposte di mercato.

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Il ritorno di Dante avviene nel segno del recupero delle caratteristiche precipue dei personaggi inventati da Chuck Jones e compagni negli anni Trenta: la nuova avventura di Bugs Bunny & Duffy Duck, infatti, dimostra di rispettare i caratteri originari facendo degli stessi un allegro veicolo cinetico che opera sul set come luogo di distruzione. Se, come afferma il regista, ogni opera, anche la più vacua, ha comunque un sottotesto politico, non si può fare a meno di abbozzare un sorriso notando le simpatiche scorrettezze di un testo che prende in giro il modello consumo-produzione-consumo, proprio della fabbrica hollywoodiana, ma, più in generale, della nostra economia capitalistica. Infatti Bugs & Duffy devono recuperare un diamante che la perfida Acme corporation vuole utilizzare per rendere gli umani scimmie e far loro produrre le invenzioni che dovranno poi comprare una volta recuperata la loro natura originaria. La parte del leone spetta comunque a un insieme di citazioni che riecheggiano tutto l'amore di Dante per il cinema classico, fatto di B-movie fantascientifici, pulp avventurosi, spy story e commedie romantiche. Come per Tarantino il gioco citazionista è talmente raffinato e complesso da rendere il film totalmente referenziale, ma al contempo innovativo e postmoderno: l'opera più vicina a Explorers, uno dei film meno amati, ma nel complesso maggiormente rivelatori della poetica onnivora e cinefila di un regista ancora da scoprire totalmente e ancora troppo costretto nel cono d'ombra dell'ingombrante amico Spielberg.

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Come i Looney Tunes, anche il protagonista di Save the Green Planet, presentato fuori concorso, ha il compito di salvare la terra, in questo caso dagli alieni di Andromeda, che peraltro sono gli stessi che hanno donato la vita alle creature del nostro pianeta (uomini inclusi). Jang affastella con furia sanguinolenta e dark un pastiche che unisce critica ambientalista e anticapitalista (il sovrano di Andromeda veste i panni di un potente imprenditore) e fantascienza d'accatto, con una messinscena molto fumettistica, dove il colore aggredisce lo spettatore né più né meno di quanto faccia il protagonista col capo alieno. Il quale viene rapito e torturato da un giovane fuori di testa, che vuole fargli scontare la colpa di aver provocato la morte di sua madre durante la repressione di un corteo (!). Corpi trafitti, denudati, sporcati d'urina e fluidi corporei contrappuntano un racconto che, come Ichii the Killer (sdoganato l'anno scorso proprio dal TFF) sembra divertirsi principalmente a condurre lo spettatore sempre verso nuove direzioni, irritandolo e entusiasmandolo.


Il finale, senza rivelare troppo, è in linea con questa tendenza e permette al regista di esprimere la sua pessimistica opinione nei confronti di un mondo che non ci siamo meritati. Al di là di una velleità politica che sembra inserita nel testo più per compiacere una tendenza anarchica che fa rima con libertà espressiva, il film intriga per la sua grande energia, ponendosi come esempio non americano di film spettacolare, di cui si sente sempre più il bisogno.