TORINO 27 – "Nowhere Boy", di Sam Taylor Wood (Festa mobile/Figure nel paesaggio)

nowhere boyLa tendenza di molto cinema contemporaneo a raccontare ciò che precede il Mito è rintracciabile ormai in tutte le latitudini di cinematografie e generi cinematografici ed è poi figlia di tutto quello che l'immaginario collettivo extradiegetico impone e suggerisce nella rielaborazione del capolavoro primario. Si veda appunto la sempre più dilagante produzione di prequel e/o trilogie flashback (la Star Wars lucasiana, tanto per rimanere a un eclatante, e forse irripetibile, “manifesto” hollywoodiano), o anche di quei film che raccontano la realizzazione del Mito (ad esempio Quarto potere in RKO 281). A questa tendenza non sfugge il mondo musicale e soprattutto quello dei Beatles – ai quali già una quindicina di anni fa Ian Softley dedicò un riuscito e sottovalutato omaggio al periodo tedesco dei primi anni sessanta con Backbeat. In Nowhere Boy – film d'apertura al Torino Film festival – è in particolar modo il turno di John Lennon, che qui rivive sullo schermo attraverso il volto e la voce di Aaron Johnston e di cui la giovane regista Sam Taylor Wood (al suo primo film) decide di raccontare le turbolenze adolescenziali precedenti all’affermazione artistica, traendo spunto dal libro Imagine This di Julia Baird. Una vita divisa tra due donne: la stravagante Julia (Anne-Marie Duff), madre naturale che nel frattempo si è ricostruita una famiglia, e l’austera ma più presente e “fedele” zia Mimi (Kristin Scott Thomas), che è in realtà la vera madre adottiva del giovane Lennon, colei che tra una sgridata e l’altra lo educa dall’età di cinque anni. La frustrazione per un rapporto con Julia sempre incompiuto, la totale mancanza della figura paterna, i turbamenti sentimentali e scolastici, l’insofferenza verso ogni forma di comando e l’amore improvviso e selvaggio per il rock ‘n roll, subito condiviso assieme ad amici e coetanei, sono gli elementi che traghettano la maturazione del giovane  dalla provincia di Liverpool alla città di Amburgo, dove i Beatles avrebbero mosso i primi passi nella scena underground musicale  fino al successo di Love me do.
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nowhere boyLa Wood cerca in tutti i modi di stare attaccata alla storia privata del giovane Lennon senza cedere a infatuazioni pop o cinemusicali e mantenendo un controllo della materia che a suo modo si allontana da possibili scorciatoie modaiole di messa in scena. L’inizio in tal senso, con il giovane Lennon che corre da solo volgendosi indietro come all’inizio di A Hard Day’s Night di Richard Lester accompagnato dall’accordo stridente d’apertura della canzone omonima è in tutto e per tutto una falsa pista. Lennon si sveglia da un sogno (premonitore ovviamente) chiarendo subito al pubblico (e a se stesso) che non c'è spazio qui per rievocazioni storico-musicali, nè iconografico-merceologiche. No. Nowhere Boy decide consapevolmente di concentrarsi su altro. Ovvero su John Lennon ragazzo, ancora ignaro della futura gloria, e lo racconta come una delle tante difficili storie di formazione e disagio giovanile della provincia inglese di metà anni cinquanta. Così facendo però perde in fretta tutte le potenziali fascinazioni del progetto iniziale, finendo invischiata nella convenzionalità di un racconto di maturazione adolescenziale senza picchi emotivi, qua e là persino anonimo. A forza di togliere da una parte e aggiungere dall'altra (insostenibile per farraginosità esplicativa la sequenza della resa dei conti davanti alle due madri), qui si perde completamente di vista l'impulso ad accendere la materia. Non è un caso allora che i più convincenti segni di risveglio emergano soprattutto nella seconda parte, quella in cui la musica e le origini del futuro quartetto iniziano ad avere la meglio sulle vicissitudini famigliari del protagonista. Paradossalmente a emergere è soprattutto la figura del giovane McCartney, resa con tenerezza e ambiguità da Thomas Sangster, e la rivalità sotterranea, ma sempre sul punto di esplodere, con Lennon. Ma si tratta di un altro film, di un'altra storia. E non è quella che la Wood ci voleva raccontare.