TORINO 28 – “El Sol”, di Ayar Blasco (Onde)

el solIl mondo vent’anni dopo l’apocalisse nucleare. C’è chi ha provato a reinventarsi una piccola, sgangherata società in miniatura e chi, invece, si è dedicato al cannibalismo, non trovando nulla di meglio da mangiare. C’è chi ha proclamato messia un nano deficiente e chi, invece, esplora l’Argentina alla ricerca di brandelli di comunità, residui di vita sociale, sotto la guida di un losco capo che sembra mascherato da wrestler sudamericano. C’è qualcosa che non quadra. Qualcosa di lugubremente comico in queste poche righe di racconto, ben lontano dagli abusati mondi postnucleari. In effetti, poco importa. Perché in El Sol, primo lungometraggio ‘in solitudine’ di Ayar Blasco, fumettista e cartoonist argentino, le connessioni sembrano essere saltate definitivamente. Anche quelle internet, al punto che ormai i computer vanno per fatti loro, al pari delle sinapsi neuroniche degli esseri (umani?) animati. E’ come se nel mondo alla fine del mondo non ci fosse più alcun senso chiaro e definitivo da raggiungere. E tutte le frasi, così come tutte le scene, non avessero più bisogno di un punto. Gli stessi personaggi, gli oggetti, i disegni non ammettono più un contorno sicuro, dei lineamenti certi, sempre brutalmente rimodellati immagine per immagine. Il mondo alla fine del mondo è indefinito, indecifrabile. E’ un nonsense. La catastrofe è sempre dannatamente demenziale, un’inutile crudeltà. Ma la tragedia vera è che assomiglia fin troppo al presente, all’insensatezza di una vita senza più linee e orizzonti. I ragazzi di Blasco sembrano Beavis and Butthead piombati in una South Park, ricostruita o ridistrutta nella terra di Ken il guerriero. Sembrano tutti stupidi e sporchi. Ma arrivano ben più lontano, con il loro cinismo, il turpiloquio inarrestabile, la violenza gratuita. Eppure in qualche modo, tra droghe e follie, sono ancora capaci di sognare l’amore, per il futuro. Attendono un messia o un richiamo, che li tiri fuori da un delirio di patate assassine e mutanti carnivori. Qualcosa di bello, anche un mimo mascherato. Ma, proprio quando la speranza sembra indicare una salvezza, l’ironia cede il posto alla disperazione. Il sole sorge su una maschera di dolore. Il tempo, Crono, mangia tutti suoi figli, inesorabile. E al suo passaggio, non rimangono che scheletri. Questa catastrofe è sempre dannatamente normale.