TORINO 28 – "Por tu culpa", di Anahì Berneri (Concorso)

por tu culpa
Odissea di una giovane madre che deve fare i conti con un figlio ferito e con i forti dubbi della gerarchia ospedaliera sulle sue responsabilità (la culpa del titolo). La regista argentina Anahì Berneri, venuta per caso a conoscenza di questa storia, decide di portarla sullo schermo operando una precisa scelta a monte: mettere costantemente in primo piano lo stato d’animo e le paure di Julieta, costruendo un intero film come una sorta di perpetua “soggettiva libera indiretta”

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Por tu culpa

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Tutto in una notte, a Buenos Aires: Julieta, una giovane madre di due bambini, deve conciliare il suo lavoro con la cura dei figli mentre suo marito è fuori città. Teo, di appena due anni, cade giocando col fratello mentre la madre stressata cerca energicamente di dividerli. Da qui comincerà una kafkiana odissea ospedaliera, condita da forti sospetti di maltrattamenti domestici. La giovane regista argentina Anahì Berneri, venuta per caso a conoscenza di questa storia, decide di portarla sullo schermo operando una precisa scelta a monte: mettere costantemente in primo piano lo stato d’animo e le paure di Julieta, costruendo un intero film come una sorta di perpetua “soggettiva libera indiretta”. Quindi macchina da presa costantemente a mano, sonoro iperamplificato per aumentare l’effetto di realtà (operazione facilitata dall’utilizzo della tecnologia digitale) e un unico filtro da cui noi spettatori percepiamo gli accadimenti, li viviamo: il volto di Julieta appunto. Il chiaro intento della regista è quello di insinuare dubbi perturbanti nello spettatore, immergendolo totalmente nel difficile ruolo (primigenio ruolo) di madre nella nostra contemporaneità. E allora assistiamo ad una “violenta” invasione di cose, Julieta deve letteralmente combattere con gli oggetti che si frappongono tra lei e i figli: il suo computer che la costringe a lavorare, i giocattoli sempre più grandi che circondano i due bambini, il videogioco sempre presente del figlio Valentìn costantemente in funzione, i telefonini da cui ossessivamente dispensare informazioni. Insomma una sorta di aggressione della contemporaneità che rende difficilissimo il ruolo di madre oggi. Teo cade quindi, si rompe un braccio, ma di chi è la colpa? È questa la domanda che i medici continuano a porre: perché oltre al braccio rotto il bambino ha altri lividi? Qual è la responsabilità della madre? Lo spettatore è invitato in prima persona a sviluppare una riflessione su questo delicato dubbio, mentre la regista “schiaccia” i piani del suo film sul volto della giovane, sui suoi sospiri, sulle sue piccole bugie condite di paura (sostiene di non essere stata presente quando il bambino è caduto dal letto), sulla sua incredulità quando si trova ad essere costretta a non lasciare l’ospedale. Perché forse non è una “buona madre”. Insomma, dove termina la responsabilità di Julieta e dove inizia quella di una società sempre più intasata di cose, ruoli e nuove barriere?

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Certamente un architrave filmico molto ambizioso, la cui pecca più grande risiede però in una regia che a tratti non ha il coraggio di operare scelte stilistiche più azzardate. Che non ha forse la necessaria personalità per farci entrare veramente in questo dramma privato, quasi accontentandosi di porre l’importantissimo dilemma morale (la culpa del titolo appunto), non riuscendo a coinvolgere potentemente lo spettatore a livello emotivo. Come una struttura così in “soggettiva”, del resto, presupporrebbe quasi costitutivamente. Rimangono comunque gli occhi di Julieta, occhi che lacrimano in primissimo piano: occhi dubbiosi e feriti che ci interrogano in prima persona.

 

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