TORINO 28 – "The Ward", di John Carpenter (Rapporto Confidenziale)

Non è soltanto una questione di spazi chiusi nei quali concentrare l'azione, il cinema di John Carpenter. Piuttosto è un problema legato alla percezione dello spazio stesso, quello che permette a un luogo detentivo come il Reparto di quest'ultimo The Ward di snocciolare in continuazione nuovi percorsi, traiettorie, stanze nelle quali le giovani prigioniere agiscono, si muovono, lottano contro le presenze impalpabili che stanno lì come a descrivere ulteriori altrodove legati, per l'appunto, a una percezione che non è fisica quanto emotiva.

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Accade così che una storia di fantasmi che sulla carta vorrebbe essere classica, lineare, semplice nel suo effetto "già visto" si riveli invece un ennesimo territorio di sperimentazione per quella tracciabilità della visione che il regista americano sta compiendo da almeno un ventennio: siano gli alieni di Essi vivono o la materialità trasparente dell'Uomo Invisibile o, in modo più pertitente, le visioni apocalittiche del Seme della follia, il cinema di John Carpenter continua a essere collegato al divario fra apparire ed essere, in un gioco di rispecchiamenti spettatore/personaggio che anche qui tiene immancabilmente banco. La dinamica è moltiplicata peraltro dall'andirivieni temporale fra il presente in cui la protagonista Kristen (Amber Heard) è rinchiusa nel reparto psichiatrico per avere inspiegabilmente dato fuoco a una casa, e i ricordi del suo passato, che la vedono prigioniera di uno spazio chiuso e, quello sì, occlusivo, vittima di violenze che sembrano nascondere la matrice del suo trauma.
Passato e presente, dunque, che si articolano nella dinamica prigionia/libertà di questo spazio poroso che è il Reparto, ma è anche la mente della stessa Kristen, la sua consapevolezza rispetto allo spazio circostante, spesso distorta dall'uso dei calmanti e dalle terapie invasive dei medici, che determinano una fugace ma sempre presente febbricitazione dell'immagine. La nostra percezione di spettatori coincide pertanto con quella della ragazza e ci riporta a quel magnifico esempio di rifondazione della consapevolezza del sé che era il "viaggio" psichedelico di Melanie Ballard in Fantasmi da Marte. In fondo è bello pensare di essere ancora lì, in uno spazio alieno che però stavolta è anche quello della memoria. Perchè questo "old school horror movie made by an old school director", come lo stesso Carpenter ha definito il film, è anche un ritorno ai luoghi fondativi dello stesso immaginario carpenteriano. Siamo dunque ancora in un istituto psichiatrico degli anni Sessanta, in quello stesso periodo in cui Michael Myers covava la sua follia sotto lo sguardo tremante e consapevole (lui sì, unico fra tanti) del dottor Loomis. E non a caso, ora come allora, il punto di fuga è costituito da una caduta dalla finestra, come a sancire il ritorno alla concretezza della terra, della realtà, dopo un viaggio allucinato in una follia che, ora come allora, cova nei recessi della mente e nel rapporto con la famiglia.