Torino 29 – "388 Arletta Avenue", di Randall Cole (Festa Mobile)

Randall Cole sceglie un interessantissimo punto di vista da cui partire. L’occhio indiscreto ma sempre sconosciuto del maniaco. Le riprese non sono mai perfette, l’audio talvolta è gracchiante. Lo spettatore vede ciò che vede  il carnefice. Diventando  testimone di un film che sembra ambire allo snuff movie

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I Deakins sono una coppia fortunata. Giovani e belli, vivono in una splendida casa in un quartiere tranquillo a Toronto, al 388 di Arletta Avenue. Dalla prima immagine però il nostro sguardo è filtrato attraverso un corpo estraneo. L’occhio di un teleobiettivo, che sia una videocamera o una fotocamera, inquadra freneticamente l’abitudinaria vita dei due coniugi. Li segue scrupolosamente, ne studia abitudini, come in un appostamento vecchia scuola. Poco dopo, la casa viene tappezzata di videocamere nascoste e cimici. Unico contatto visivo con la narrazione. Come le telecamere a circuito chiuso di un ufficio di sicurezza o come in una sit-com, per parlare in linguaggio strettamente televisivo. E non solo, l’auto di famiglia, l’ufficio di James. Tutto sorvegliato. Strani fatti iniziano a succedere in casa Deakins. La sveglia suona ad ore impreviste, sconosciute compilation musicali imperversano nell’autoradio della macchina. Il gatto non sembra più essere lo stesso. Soffia spaurito al padrone. Quando Amy sparisce, seppur lasciando un bigliettino firmato, James inizia a sospettare qualcosa di tremendo. Come sempre, l’unico vicino alla verità è anche l’unico considerato pazzo.
Randall Cole sceglie un interessantissimo punto di vista da cui partire. L’occhio indiscreto ma sempre sconosciuto del maniaco. Le riprese non sono mai perfette, l’audio talvolta è gracchiante. Lo spettatore vede ciò che vede  il carnefice. Diventando  testimone di un film che sembra ambire allo snuff movie.
Una delle sue prime inquadrature, la camera da letto in piena notte, ricorda immediatamente Paranormal Activity. Nessuna presenza sovrannaturale però, solo un essere umano sadico e imprevedibile.

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L’originale punto di forza del film può a tratti diventare una debolezza. Difficile rimanere emotivamente coinvolti. Spontaneamente non si è portati a simpatizzare con il maniaco ma è altrettanto complicato vestirsi dei panni del protagonista. Sì perché non siamo stavolta di fronte al classico bravo ragazzo vittima di una crudeltà apparentemente ingiustificata. L’introspezione sul personaggio è lasciata alle parole di chi lo circonda. Attraverso i dialoghi riusciamo a delineare il suo background. Non è un lavoratore modello, in passato è stato un bullo e percepiamo dei comportamenti non proprio limpidi anche nei confronti della bella moglie.  Nick Stahl (che interpreta convincentemente James Deakins) non sarà magari giallo ma sempre un bastardo rimane. Complicato quindi tifare per lui.
Il villain diventa quindi metafora di un fato, casuale e crudele, che si abbatte impertinente sulla vittima di turno. E l’uomo, nelle situazioni più estreme, tira fuori la sua reale natura, spesso istintivamente brutale.
Se però resta una freddezza di fondo nella narrazione e nell’evolversi dei fatti, il finale è appagante. Merito di una sceneggiatura chirurgica che tira dritto per la sua strada, non cadendo in facili tentazioni di happy ending o spiegazioni eccessivamente articolate.   

 

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