TORINO 29 – "George Harrison – Living In The Material World", di Martin Scorsese (Festa Mobile)


Il fenomeno global/mediatico dei Beatles e la ricerca spirituale, durata una vita, di George Harrison. Scorsese si affida quasi totalmente alle fotografie d’epoca come graffito inciso indelebilmente nel nostro immaginario collettivo. E questo Living In The Material World diventa uno spericolato ragionamento sull’immagine e sulla sua fruizione di massa, creando un continuo corto circuito tra icone e persone

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George Harrison

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I don’t want to live her now

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You know I believe her now”  — Geroge Harrison in Something

  

  

Vita, morte e immagini. L’universo filosofico di Martin Scorsese è sempre rimasto fondamentalmente immutato, dalle mean streets ad Hollywood, diramandosi pericolosamente come un filo d’alta tensione che attraversa questi tre punti cardinali. E il documentario (per qualcuno il vero spazio dell’ultimo Scorsese) ha rappresentato da sempre la parte oscura della sua filmografia, quella che passa sotto traccia (o sotto festival…) illuminando non poco la sua produzione più mainstream. E allora dal gioiello ritrovato American Boy sino al sublime Viaggio nel cinema americano, passando per il sottogenere dei doc musicali, c’è sempre stata questa fertile sottotrama accanto alla sua celebrata “storia” hollywoodiana. E dopo The Band ne L'Ultimo Valzer, il blues di Feel like going home, Bob Dylan in No Direction Home e i Rolling Stones in Shine a Light (in operazioni filmiche tra loro diversissime) arriva finalmente il momento dei Beatles. O meglio del più enigmatico dei quattro baronetti inglesi: George Harrison. Inutile dire che qui si ha a che fare con IL fenomeno mediatico, forse il primo vero atto di costituzione della globalizzazione mediale novecentesca: un gruppo di quattro ragazzi che da Liverppol hanno invaso il mondo con il loro status iconico prima che con la loro arte. E allora George Harrison – Living in the material word diventa istantaneamente uno spericolato ragionamento sull’immagine e sulla sua fruizione di massa, creando un continuo corto circuito tra icone e persone: lo statuto  prettamente immaginario, la loro testimonianza reale (?) e la loro intatta significanza cultural/simbolica ancora nel nostro tempo. Tutta la prima parte di questo lungo,bellissimo, film/omaggio viene dedicata semplicemente al Fenomeno Beatles: all’arte come “viaggio e visione” per usare le parole di Paul McCartney. Con una progressione cronologica piuttosto classica ma sabotata dall’interno da una scelta registica cristallina nella sua esibizione teorica: Scorsese si affida quasi totalmente alle fotografie d’epoca come graffiti incisi indelebilmente nel nostro immaginario collettivo, un frullato di formati che intasa la vista.

  

George HarrisonLe immagini quindi, tantissime, che travolgono lo spettatore sotto le pose dei quattro Re della musica; cercando tracce di pura umanità che sfondino la superficie (splendida la sequenza fotografica di Lennon a casa di Stuart Sutcliffe appena morto: fotografie scattate da Astrid Kirkeherr che raccontano l’anima di John più di secoli di parole). Pertanto: se le interviste/testimonianze hanno un loro ritmo cadenzato e tradizionale, una loro solida giustificazione “documentaristica”, le fotografie che vediamo scorrere e i video di repertorio (molti dei quali inediti) hanno tutt’altro ritmo. Nervoso, istintivo, carnale come il primo Scorsese: una lotta tra quella placida classicità raggiunta dall’ormai settantenne regista e gli istinti ferini di un tempo che si fanno corpo in questo "complesso" documentario. Ed è qui che la figura di George Harrison si fa monumento alla Complessità: da un lato fedele scudiero dei due front men John e Paul, dall’altro anima tormentata e bipolare che si rifugia nella meditazione per trovare un senso alla svalutazione della propria immagine. George è colui che per primo percepisce il cambiamento ontologico dello statuto dell’immagine divistica e cerca di porvi rimedio, di riscoprire la propria spiritualità prima che sia troppo tardi. Ecco che la seconda parte (quella dedicata più a Harrison e al suo percorso interiore) diventa un vero film alla Scorsese: con un protagonista in perenne ricerca di una privata religione che possa giustificare il proprio esserci nel mondo. La scoperta dell’India e le sonorità del sitar di Ravi Shankar; la meditazione trascendentale e l’incontro con Maharishi Yogi; le droghe e l’LSD usato come grimaldello verso gli abissi interiori. E anche la narrazione si sfilaccia nei rivoli della complessa esistenza: dalle vicissitudini amorose con Pattie Boyd e l’amico rivale Eric Clapton, sino all’interesse per il cinema e alla folle impresa (ripagata) di produrre interamente Brian di Nazareth dei Monty Python. Un documentario che muta pelle col mutare del protagonista e che configura al meglio la sua costante tensione tra Terra e Spirito, chitarra e anima, musica e vita…buona notizia: Martin Scorsese ha ancora fame.

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