TORINO 29 – "Hi-So", di Aditya Assarat (TorinoFilmLab)

Immaginate di accedere la Tv e di seguire una o al massimo due puntate di una serie iniziata già da un pezzo: senza sapere nulla dei personaggi, nulla sul loro passato né sulle loro relazioni. Immaginate ora di spegnere la Tv al termine di queste due puntate e di non seguire mai più il resto della serie, tenendo per voi l’incertezza sull’evolvere degli eventi e sul destino dei personaggi. Ecco, queste sono grosso modo le sensazioni trasmesse dal film di Aditya Assarat, regista thailandese al suo secondo lungometraggio.

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Hi-So è uno spaccato di vita che ricerca la sua forza proprio in questo senso di incompletezza e nei vuoti di senso che gioca ad alimentare. La regia non può certo dirsi illuminante e non propone delle soluzioni particolarmente interessanti. Anche la presenza del “cinema” come elemento diegetico del film (il protagonista Ananda è un giovane attore) non si eleva mai ad elemento chiave di una riflessione meta-testuale, né – probabilmente – si pone l’obiettivo di esserlo. Il concetto di “autorialità”, insomma, non sembra essere nelle mire di Assarat, come pare confermarci anche il nome della casa di produzione da lui fondata nel 2006: la “Pop Pictures” (produttrice anche del magnifico Tee Rak, diretto dal connazionale Sivaroj Kongsakul).

La storia narrata nel film prende vita sullo sfondo di una Thailandia che esibisce ancora le profonde ferite inferte dallo Tsunami che devastò il paese nel 2004. Ananda sta muovendo i primi passi nel mondo del cinema, interpretando la parte del protagonista in un film incentrato proprio su que tragico evento, ma già inizia ad avvertire intorno a sé i primi segnali di una notorietà piacevole e invadente al contempo (la scena di ammiratori che gli richiedono una foto si ripete numerose volte nel corso del film). Durante le riprese, viene raggiunto da Zoe, una ragazza americana conosciuta a San Francisco dove il ragazzo ha trascorso alcuni anni prima di rientrare in patria, e con la quale ha intrattenuto una relazione presumibilmente interrotta dalla sua partenza. La prima parte del film sembra quasi filtrata dallo sguardo di Zoe, e dalla sua crescente consapevolezza di sentirsi un “pesce fuor d’acqua” e di percepire una distanza insanabile tra sé e Ananda. Distanza che le provoca un profondo senso di disagio. Di colpo, Zoe sparisce dalla scena e Ananda inizia una nuova relazione con May, una bellissima ragazza thailandese. Anche lo sguardo di May si carica, col trascorrere dei minuti, di una palpabile insicurezza, che fa sorgere nello spettatore il dubbio che il giovane protagonista sia il vero problema, quasi come se in lui si radicasse una profonda inquietudine che, mascherata dalla spensieratezza giovanile, emerge con forza solo nel momento in cui incrocia lo sguardo femminile. Anche May, probabilmente, abbandonerà Ananda e sceglierà di tornare al suo villaggio, mentre il giovane sceglierà di lasciare di nuovo il suo paese – come sembra suggerirci l’ultima scena del film – diretto verso una meta lontana e, forse, ancora una volta verso gli Stati Uniti.

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Quello che Assarat vuole dipingere con il suo film sembra essere un desiderio di evasione o, più correttamente, la ricerca di una “meta sicura” e di un’identità stabile. Si intravede nella sua opera l’intenzione di gettare uno sguardo profondo alla complessità di una società sempre più fortemente segnata dal processo di globalizzazione. Forse in alcuni momenti si avverte il peso di uno sguardo non del tutto spogliato dagli stereotipi: uno sguardo non ancora del tutto maturo. Un problema, questo, che il trascorre del tempo potrà certamente contribuire a sanare.