TORINO 29 – "Honey Pupu", di Hung-I Chen (Onde)

Honey PupuHoney Pupu è un'opera virtuale. Sin dai primi momenti, l'opera seconda di Hung-I Chan si pone come un film in cui tutto ciò che accade rimanda ad altro, un qualcosa che però, in realtà, non c'è. La perdita totale della traccia, di qualsiasi referente reale da cui l'immagine/significante è del tutto slegata. Quasi un Eternal Sunshine on the Spotless Mind in salsa taiwanese nell'essere essenzialmente e superficialmente una storia di ricerca dell'amore perduto, ma il regista spinge qui l'assunto ancora oltre, contaminando la memoria con la tecnologia. Vicky è in cerca del suo fidanzato scomparso Dog, un nickname come tutti gli altri nel film. Di lui sono rimaste tracce solo virtuali, in un vecchio floppy che contiene un poetico codice criptato e nella chat che frequentava. Proprio da qui si parte in un'indagine che coinvolge altri nick, dietro cui si nascondono vite e volti che nessuno conosce realmente, celati dalle persone stesse per dimenticare.

E questo è il punto centrale del film: dimenticare e ricordare. In un mondo in cui si è semplicemente un nome sullo schermo e si parla per codici fatti di lettere e numeri, la memoria che si tenta di sopprimere o, nel caso di Vicky, recuperare a forza, torna in maniera prorompente attraverso immagini di varia natura. L'ambiente della chat, uno schermo nero con scritte gialle che compaiono a intermittenza, è una sorta di grande nulla, di mondo primordiale dopo il Big Bang (la nascita dell'informatica?), un buco nero che tutto fa scomparire, ma che permette di ricostruire l'accaduto grazie al contatto, elemento ancora fondamentale, che tuttavia prende nuove forme, riconfigurando l'amore e i sentimenti. Ma, dicevamo, sono le immagini che fanno riaffiorare la memoria. Ricordi che tornano frammentariamente grazie a vecchie foto, unico indizio di un qualcosa che è stato e che non c'è più, neanche nella mente. Solo le foto, filo conduttore della ricerca di Vicky, sembrano farle affrontare il passato, facendoci (ri)vedere memorie sepolte nel profondo dell'inconscio, dimenticate perché troppo dolorose o scomode. Al tempo stesso, i ricordi tornano anche negli altri personaggi, sprazzi in bianco e nero che ci dicono chi questi nickname siano realmente, che ci narrano di un nome cancellato e di un'esistenza assunta come propria, creata totalmente dal nulla, come accade per Assassin, il social outcast del gruppo. Si sceglie il non-reale per fuggire il dolore, ci si rinchiude in un mondo fatto di marchi consumistici e di realtà virtuale, ma alla fine si è costretti a tornare alle proprie radici, ritrovando i sentimenti veri, le emozioni che erano state sostituite da bit e byte. Vicky ce lo insegna con la sua voce, compagna di notti insonni dalla sua radio, raccontandoci di vecchie e lontanissime sinfonie di musica classica e ce lo dimostra, ritrovando l'amore in un uomo che somiglia terribilmente al suo Dog, ma non è lui. Il mondo mostrato da Chen è un mondo riconfigurato, una sorta di palinsesto dove si cancella ciò che è sotto per scrivere un qualcosa di nuovo in superficie, annullando qualsiasi legame logico, ma rimanendo fortemente ancorati a un sentimento nostalgico. Come definire altrimenti quella poesia su floppy (elemento di per sé obsoleto), quei versi nascosti che parlano di un principio e di una fine in cui regna il nulla e in mezzo luminosità e sentimenti? È solo la nostalgia di un passato che non si può più trovare, ma si può solo inventare, costruendo un futuro nuovo, destinato anch'esso a essere un qualcosa che “è stato”.     

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