TORINO 29 – “Joann Sfar (Dessins)”, di Mathieu Amalric (Festa mobile)

joann sfarIl cinema di Amalric sembra sempre intenta a scoprire una consapevolezza di sé, la necessità vitale del suo farsi, a partire da una riflessione sull'arte, sulle espressioni e l'esperienze altre. Una specie di autoritratto creato su uno sguardo sbilenco e fuori fuoco. Il burlesque di Tournée, il teatro onnipresente, la letteratura, il confronto con un testo di partenza (come il romanzo di Daniele Del Giudice ne Le stade de Wimbledon o l'opera di Corneille nell'ultimo L'illusion comique). Ed ecco ora questo magnifico documentario su Joann Sfar, uno dei protagonisti assoluti del fumetto francese contemporaneo.

Amalric segue Sfar nei suoi giri interminabili, che si trasformano in altrettante sessioni di disegno, tra gli oranghi del Jardin des Planes, il mercato del pesce, i modelli all'Accademia di belle arti e i cadaveri dissezzionati alla facoltà di medicina, le giornate e le serate passate con i colleghi fumettisti a imprimere su carta suggestioni e ritratti abbozzati a caso. E' la ricerca, mai finita, di una tecnica e di un'ispirazione, un viaggio in un mondo poetico complesso, che, affondando le radici nella cultura ebraica, dichiara a ogni istante la visione profondamente personale di un narratore instancabile e bulimico, capace di tradurre in disegno e storia qualsiasi argomento, sogno o fantasia. Braccato dall'obiettivo, Sfar dichiara i suoi debiti, da Hugo Pratt a Fred, e mostra tutta la consapevolezza teorica della sua arte, in ogni minimo dettaglio tecnico, nell'approccio alle figure e al loro rapporto gli spazi, ai colori e ai ritmi narrativi. Ma Amalric, nonostante il pedinamento costante, sembra intenzionato a lasciarsi sfuggire il personaggio Sfar. Ciò che gli interessa, fuori da ogni idea di ritratto, è ragionare e riconoscersi a partire dai suoi gesti, i movimenti, le ossessioni e le opere
E così la riflessione di Sfar sulla necessità di un tradimento del tratto e del colore rispetto alla realtà diventa automaticamente l'atto di fede di Amalric in un cinema artificio, capace di ricomporre il proprio senso solo aldilà della letteralità dell'immagine. Un cinema perso in una costante deriva e che vive del movimento costante e centrifugo che mette in atto, ancor più che per la consapevolezza centrata del suo obiettivo, della sua materia. Ecco, sotto gli occhi di Amalric, Joann Sfar si muove con la stessa sbandata andatura di Jeanne Balibar ne Le stade de Wimbledon. O di Joachim in Tournée. Attraversa l'inquadratura senza avere il tempo di abitarla a pieno. Perché i personaggi di Amalric non sono mai scolpiti dalla precisione di uno sguardo che cerchi di approfondire e affermare, ma vengono sfiorati, per sfiorare a loro volta il quadro, le cose e le persone, assorbendone e rimandandone le luci e i toni. Sono pennellati come i disegni di Sfar, abbozzati appena, resi solo per approssimazioni e per difetti. Eppure, proprio per questo, sono personaggi vivi, sfuggenti e caldi, capaci di imprimere sul mondo i sentimenti e le emozioni che li animano. Magia di uno sguardo non obiettivo, che altera i colori secondo la propria sensibilità, fantasia e ispirazione. E per questo Amalric è sempre presente. Le sue mani, la sua voce che interviene, dialoga, risponde a telefono, legge le storie di Sfar, appoggiato alla schiena nuda della sua donna. Sono questi gli occhi, la bocca e il cuore di una narrazione che non procede per linee certe e sicure, ma sbanda e si disarticola in suggestioni, luci, emozioni, brandelli di racconto accumulati e giustapposti. Cinema impressionista che si crea dal nulla, dal vuoto dello stadio di Wimbledon privo di linee, fuori o all'interno di contorni definitivi. Cinema tremendamente personale. E per questo, profondamente nostro.