TORINO 29 – “Pater”, di Alain Cavalier (Festa Mobile – Figure nel paesaggio)

pater
Alain Cavalier, Premio della Giuria a Cannes nel 1986 con Thérèse, s’interroga in Pater sulle relazioni tra un regista e un attore, aprendo il dialogo alle dinamiche di potere, il narcisismo artistico, l’autofinzione. Lontano anni luce dal vortice visivo di Kim Ki-duk, Alain Cavalier, con estrema naturalezza e semplicità figurativa, si dirige verso la derealizzazione e l’autodeterminazione, a braccetto per i paradisi virtuali, luoghi di pura e sublime creazione
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pater, alain cavalierAlain Cavalier, Premio della Giuria a Cannes nel 1986 con Thérèse, s’interroga in Pater sulle relazioni tra un regista e un attore, aprendo il dialogo alle dinamiche di potere, il narcisismo artistico, l’autofinzione. Quarto e ultimo film francese in Concorso, è un’opera che si muove proprio tra fiction e documentario. Alain Cavalier e Vincent Lindon (Welcome, Venerdì sera, L’odio) mescolano i propri ruoli, riprendendosi a vicenda: un autore e un attore, due amici nella vita legati da una relazione padre-figlio, che discutendo, si chiedono quale film fare insieme, e chi, lentamente, è deputato a trasformarsi un uomo di potere. Storia che pone l’interrogativo senza risposta del cinema: cosa è vero e cosa non lo è? Per poter apprezzare ancora di più Pater, varrebbe la pena ricostruire il bizzarro cammino dell’autore.  Strana carriera quella di Alain Cavalier. Nel momento di maggior successo professionale (dopo Mise à sac e La Chamade), aveva deciso di lasciare definitivamente la regia cinematografica. Ritorna dopo qualche anno d’inattività e lo fa con opere più sperimentali, quali Le Plein de super (1976) e Martin et Lea (1978). Con l’inaspettato successo nel 1986, si mette nuovamente da parte e abbandona la fiction, gli attori e le storie per interessarsi totalmente alle persone e alla loro vita. L’avvento del digitale suscita un ritorno di fiamma perché gli permette di ritrovare il suo stile singolare, appunto tra documentario e “autofiction”. Prova anche a seguire ritmi più serrati nel montaggio e nella realizzazione (vedi Vies, del 2000) e con gli ultimi due film (Le filmeur e Irène) prima di Pater, ha partecipato a Cannes nella sezione Un Certain Regard. L’autofiction, per forza di cose, fa tornare alla mente l’altro incredibile film di questa edizione: Arirang di Kim Ki-duk. Ovviamente sono due lavori completamente diversi, ma entrambi sembrano volersi interrogare su alcuni punti comuni. Lontano anni luce dal vortice visivo del coreano, Alain Cavalier, con estrema naturalezza e semplicità figurativa, si dirige verso la derealizzazione e autodeterminazione, a braccetto per i paradisi virtuali, luoghi di pura e sublime creazione dove il rinnovato(?) Vincent Lindon potrà finalmente scoprirsi padrone del proprio destino e della propria polimorfa volontà di potenza. L’invenzione e lo sfruttamento d’identità malleabili (semi-fittizie, real-fittizie) e l’abolizione di ogni rigido schematismo identitario sono ricchezze del nostro tempo e la naturale (inevitabile?) conseguenza dello sviluppo delle risorse tecniche a nostra disposizione. Soltanto un approccio critico alla questione del disorientamento (o dell’ambigua euforia di Kim Ki-duk), indotto dalla confusione dei livelli di realtà tipica della nostra epoca ipertecnologica, potrà dare consistenza e valore a quella che altrimenti non saprebbe essere altro che una moda fra le tante. Se la “molla” dell’arte è il narcisismo, Alain Cavalier sa farsi critico di se stesso e contiene dentro di sé i criteri dialettici della sua contestazione, misurata, pacata e ragionevole.                     
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