TORINO 29 – "Tayeb, khalas, yalla (Ok, enough, goodbye)", di Rania Attieh e Daniel Garcia (Concorso)

Tayeb, khalas, yalla La scoperta di una possibile commedia araba, assai vicina a quelle nostre di costume, nelle quali la caratterizzazione dei personaggi sia strumentale al giudizio impietoso su modi d’essere e comportamenti, viene proprio da questo film di produzione Libanese e degli Emirati Arabi Uniti, nato dalla sceneggiatura scritta dagli stessi autori del film. 

Son che gestisce un negozio di dolciumi è un quarantenne che nonostante l’età vive ancora con la madre. Quando questa, stanca dei suoi comportamenti infantili e indolenti, lo abbandonerà, Son cercherà un nuovo sostegno femminile che prima crede di avere trovato in una prostituta con la quale è in grado solo di relazionarsi attraverso messaggi al telefono cellulare e quindi in una cameriera etiope. Ma le donne lo lasceranno e lui si rifugerà in un rapporto con un cardellino che lo guarderà compiaciuto dalla sua gabbia.

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L’ultima cosa che ci si sarebbe attesi da una cinematografia fortemente connotata come quella Libanese, è un film che affrontasse in modo così diretto e divertitamene ironico il tema della bamboccioneria maschile.

Il film della coppia Attieh e Garcia (lei libanese, lui americano) già collaudata rispetto alla produzione di cortometraggi, ma qui all’esordio nel film lungo, prescindendo da qualsiasi altra fascinazione narrativa che non sia quella che si materializza attraverso un costante pedinamento del protagonista del quale scopriamo la sua noiosa ed egoista pedanteria, utilizza forme espressive che non abusano mai della facile complicità dello spettatore. Il meccanismo sottilmente ironico, quindi meno ruffiano, risulta vincente rispetto ad una possibile comicità esibita e che talvolta, in forma iperbolica, troviamo nelle commedie che arrivano dai paesi mediorientali. In altre parole è raro ritrovare una filigrana così arguta e così sottilmente elaborata in un film che proviene da una cinematografia in forte difficoltà e le cui radici culturali non coincidono con una visione del mondo di stampo occidentale.

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Tayeb, khalas, yalla si connota come un film al contempo brillante per la sua caustica severità nei confronti del protagonista e malinconicamente diretto a raccontare, sotto la coltre dell’ironia, una inguaribile sua solitudine di fondo. Non  si può però prescindere dal giudicare il film come una più ampia e generale critica al maschio mediorientale, a quella patriarcale dominazione familiare che costituisce ancora un tratto dominante di alcune culture e che talvolta echeggiano e riemergono con particolare rigore e virulenza anche nel nostro Paese.

L’incapacità di Son di rapportarsi all’universo femminile, sia esso rappresentato  dalla madre, dalla prostituta o dallaTayeb, khalas, yalla badante etiope è uno degli escamotages attraverso i quali i due autori traducono nella storia la sua profonda e inguaribile incapacità a comunicare. Le tre tipologie non paiono casuali, laddove la madre costituisce l’archetipo femminile, la prostituta la forma più estrema di una sessualità sempre in agguato e la cameriera/badante il lato più domestico e “necessario” per qualsiasi maschilismo che voglia imporre il proprio dominio relegando la donna al ruolo secondario di domestica. A questa facile, ma non semplicistica prospettiva, proprio perché non troppo esibita, si aggiunge la necessaria affermazione di un modello maschile che riaffermi tutta la sua autorità. Ma Son, pur paventando un autoritarismo di facciata, in effetti, subisce e si adatta alle altrui decisioni capitolando immediatamente rispetto alle proprie idee. Anche il perspicace e dispettoso bambino suo vicino di casa, avrà la meglio e invece di essere succube degli ordini perentori dell’adulto Son lo domina determinando gli eventi. Questi caratteri del personaggio inducono lo spettatore, nonostante tutto, a prendere le sue parti anche per consolarne la irredimibile solitudine.

Differente è il clima quando la comunicazione avviene tra maschi, qui cadono i tabù e le espressioni si fanno truci ed esplicite nei confronti della donna, all’interno di uno schema consolidato che non muta al mutare di emisfero, continente, latitudine e paese. È questa universalità di intenti che costituisce il valore aggiunto del lavoro di Attieh e Garcia.

Tayeb, khalas, yalla, che si avvale anche di siparietti confessori, che in forma apparentemente privata stabiliscono una comunicazione diretta con gli spettatori sugli eventi del film,  si fa scoprire come una inattesa sorpresa che riteniamo sia un peccato relegare solo all’interno di un festival, in bella mostra nella sua sezione, ma togliendo il diritto al più vasto popolo del cinema di poterlo vedere e con un ulteriore atto di coraggio, distribuirlo in lingua e sottotitolato.