TORINO 30 – "Anija/La nave", di Roland Sejko (TFFdoc)

TORINO 30 - Anija/La nave, di Roland Sejko (TFFdoc)In ogni cena, festa, ufficio, strada o bar, spunta fuori la teoria di qualche insospettabile "io-non-sono-razzista,ma…". Spie linguistiche, segni rivelatori che loro malgrado, troppi hanno interiorizzato un generico odio verso i migranti (alcuni più di altri: in pole position da sempre albanesi, romeni non distinti da rom e il generico, becero marocchini associato a ogni colore della pelle più o meno scuro). Un odio che sembrerebbe generato solo da paura e ignoranza, ma ha profonde radici in una precisa strategia di mantenimento di poteri, a base di terrore e controllo. A parte certe farneticazioni leghiste, quest'odio è socialmente riprovevole, e non si può esprimere che travestito: da proverbio o saggezza popolare – mogli e buoi dei paesi tuoi – da sano egoismo – io non vado da loro, loro non vengano da me – e quel che è peggio, da pietismo assistenziale: è giusto fare la carità al povero della terra che viene da lontano… finchè non mi si avvicina troppo.

Roland Sejko compie un'operazione tanto semplice quanto radicale: racconta che il migrante è prima di tutto solo un uomo che si sposta, come chiunque si sposterebbe da una stanza in fiamme per raggiungere l'aria respirabile: non solo per condizione costretto a fuggire, ma ontologicamente libero di spostarsi. Per non morire di fame, di dittatura, di schiavitù, di regime, o anche solo della peggiore delle condizioni: l'impossibilità di immaginare un futuro diverso. Sejko narra la vita precedente dei migranti, perchè tutti loro avevano una vita precedente. Ce lo ricordiamo solo, con una strana vergogna di vergognarci, quando scopriamo che la badante del vicino ha tre lauree o che il portiere dei bagni pubblici una volta è stato un architetto. Poi mettiamo da parte questa informazione fastidiosa, un morso di insetto che va ignorato.

Anija è la vita precedente di alcune persone che sono in Italia da vent'anni: c'è chi dopo anni di sacrifici ha aperto un negozio di fiori o ha comprato una piccola casa cantoniera, chi conserva simbolicamente i pochi soldi con cui è partito: la paga di una giornata, meno di un dollaro. Altri sono fuggiti senza niente, cogliendo l'occasione, con una busta della spesa, in ciabatte, senza avere il tempo di pensare a cibo o acqua. Ma lo scopriremo solo via via che il film procede, fino ad arrivare alla scoperta che le persone con cui stiamo parlando si trovavano su quelle navi, insieme a 300, 1000 o 10.000 altri a seconda dei casi, proprio dentro quelle immagini dello sbarco di migliaia di profughi albanesi sulle coste di Brindisi e Bari, le stesse diffuse dai telegiornali, che sono talmente impresse nel nostro sentire da non fare più la differenza. Sejko si muove proprio su questo difficile crinale, con rigore, e in più con stile e talento da narratore.

I loro racconti si dividono con impressionanti immagini d'archivio: pochi momenti puri in cui ragazzini privi di tutto giocano con l'acqua delle macchine pulitrici, come gli idranti nei quartieri poveri di New York, poi la morte dell'innocenza, l'età dei processi del socialismo armato, dove i motivi della condanna a morte per "agitazione e propaganda" sono anche solo l'ascolto della musica jazz e il tentativo di abbandonare il paese è reato di tradimento punito con la fucilazione. "Negli anni ottanta avevamo perso ogni desiderio, e soprattutto la libertà. Eravamo come ombre con una lontana parvenza di umanità". I novanta sono il culmine della sopportazione, ed è sommossa e fuga di massa. L'esercito e cani come lupi di foresta che corrono nelle piazze verso il porto, migliaia di uomini donne bambini che si gettano in acqua per assaltare enormi navi mercantili già piene da scoppiare. Conosciamo bene le sequenze dell'arrivo disperato: meno quelle della partenza, al trenta per cento coraggio, al settanta follia, illustrazioni quasi dantesche con migliaia di corpi sospesi alle corde, fermati in un gesto di straziante fatica, di assurda grazia, come equilibristi sull'abisso.

Se si dovesse spiegare a unTORINO 30 - Anija/La nave, di Roland Sejko (TFFdoc) essere di un altro pianeta il valore di un passaporto, basterebbe una delle immagini più toccanti del film di Sejko, un padre appena arrivato in Italia, con la figlia sulle spalle, che grida senza enfasi, ma con meraviglia, come se non potesse crederci: "La mia bambina è libera!". Dovranno passare ancora molti anni, prima di percepire come un fatto normale la libertà di poter lasciare l'Albania moderna. Vediamo sorrisi disarmanti, ma anche la rabbia e la sopraffazione di una folla assetata intrappolata in uno stadio. E dopo quasi dieci anni anche chi è stato reimpatriato deve riprovarci: stavolta per non morire di morte violenta. La protesta contro le truffe finanziarie del '97 diventa una guerra di strada, le caserme bruciano, le navi sono sotto il controllo di predoni armati, lo sarebbero anche gli aerei, se sapessero pilotarli. Qualcuno che è in grado di farlo c'è: un pilota che oggi vive in Italia e che racconta con dignitoso candore che appena ha ricevuto l'ordine di sparare sui civili, ha invertito la rotta e percorso con il cuore a mille quella breve distanza che lo separava dalla libertà di non uccidere. Chi riesce a partire può morire lo stesso, come gli ottantuno profughi speronati nel canale di Otranto."Perchè siete partiti?" è la domanda dei giornalisti. "Perchè c'è la guerra" risponde un ragazzo allo stremo, con un disprezzo esausto nella voce "veniamo per salvarci la pelle". Tanto più che l'Italia non è esattamente il paradiso. Ma ci sono anche solidarietà spontanee, come la famiglia che in una di quelle notti da lupi ha raccolto una bambina dal molo facendone una figlia, e un'altra ragazza che ricorda i brindisini aggirarsi tra i profughi con cibo e vestiti.
 

Anija è uno dei rari casi in cui i contributi MiBAC sono giustificati, e all'"interesse culturale" si aggiunge quello etico. E in uno scarto da cuore in gola, verso i titoli di coda, scopriamo che anche il regista Roland Sejko era a bordo di una di quelle navi, che oggi vengono accarezzate dalla macchina da presa, relitti, gigantesche carcasse arrugginite, dopo che i volti dei profughi sono stati incisi nella memoria sulle note di When the ship comes in di Bob Dylan.