TORINO 30 – "Buon anno Sarajevo (Djeca)", di Aida Begic (TorinoFilmLab)

"Dove sono le armi

io non conosco

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che quelle della mia ragione"

— P.P. Pasolini
 

Quando finisce esattamente una guerra? O meglio: quando si può veramente parlare di pace? E la ragione prenderà mai e sul serio il posto delle armi? Sarajevo, oggi. Una città in lenta rinascita, un crogiolo di religioni e di “appartenenze”, un focolare di tensioni compresse e latenti. È esattamente in questo panorama “emozionale” che la giovanissima regista bosniaca Aida Begic immerge la sua protagonista Rahima, una ragazza che ha perso i genitori nella lunga guerra dei Balcani e ora si trova a dover lavorare duramente come cameriera in un grande albergo per educare al giusto il problematico fratello minore. Ma Rahima ha anche fatto una scelta “radicale”, come lei stessa la definisce, che la mette fatalmente sotto la lente di ingrandimento della sua comunità: convertirsi all'Islam e portare il velo.

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Una società che ri-nasce porta sempre tatuate sulla pelle le vecchie ingiustizie e le nuove lotte di potere. Ed è sempre molto forte la tentazione del cinema di disegnare uno spaccato storico o sociologico di un post, ma non in questo caso: Djeca è un film che assume in pieno lo sguardo radicale della sua protagonista, non risparmiando niente dei suoi dubbi a noi spettatori-testimoni, proponendo un pedinamento fisico e sentimentale (che ricorda vagamente lo stile dei fratelli Dardenne) di una giovane donna che “incarna” la dolorosa e lenta crescita di una città tutta. E qui entra in campo il percorso parallelo del fratello minore Nedim, che si rifugia ancora nella violenza e nelle armi (addirittura citando, allo specchio, il De Niro di Taxi Driver) per difendersi dagli attacchi morali che subisce…il film diventa così un pedinamento di Rahima che a sua volta pedina Nedim, in un gioco di identificazioni complesso e riuscito: le certezze religiose, il dubbio identitario, il ricorso alla violenza come scudo e difesa.

Sarajevo è lì che osserva, alla vigilia di Capodanno, con festeggiamenti posticci e sinistri botti. Aida Bagic sottintende la guerra in ogni inquadratura, orchestrando un sonoro straniante e un uso insistito del fuori fuoco sui paesaggi che inabissa istantaneamente ogni pretesa “naturalista” per lasciar posto alla deformazione traumatica di un reale esperito solo da Rahima. Un film che viene trafitto, come una lama affilatissima, da una serie di flashback (probabilmente materiale d'archivio) che richiamano il fantasma della guerra, l'infanzia dei due fratelli, i palazzi sventrati e la gente con la morte negli occhi. Immagini girate in low definition che riemergono dalle faglie di tempo come rigurgiti di una violenza mai veramente dimenticata. Buon Anno Sarajevo è un film sin troppo ambizioso nel suo ostinato proposito di raccontare visivamente il magma emozionale di una donna e di una città, cedendo forse in alcuni punti in aderenza spettatoriale, ma manifestando una scioccante sincerità di fondo che consegna ancora al cinema il pieno valore di una necessaria testimonianza.