TORINO 30 – "Call Girl", di Mikael Marcimain (Concorso)

TORINO 30 - Da una storia vera, un ritratto pieno di ombre della Svezia degli anni Settanta, quando il rigore e l'austerità servivano soprattutto a nescondere le aberrazioni sotto la superficie. L'esordiente Mikael Marcimain guarda apertamente al cinema politico americano degli anni Settanta e realizza un puro film di genere potente e coinvolgente: utilizzando gli stilemi del passato per cercare di capire l'origine del presente.

TORINO 30 -

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Stoccolma, 1976. Iris e Sonja, amiche per la pelle, sono due quattordicenni disagiate e dal comportamento instabile. Ritrovatesi nello stesso istituto per minori, trovano un viatico per la libertà (e per i guadagni facili) grazie al giro di prostituzione gestito dall’anziana Dagmar Glans, che coinvolge i più alti vertici della società. Da una storia vera, l’esordiente Mikael Marcimain realizza un film teso e coinvolgente, capace di reggere ampiamente la lunga durata (due ore e venti) senza mai trascurare la ricca coralità di personaggi che mette in scena. Di fatto, Call  Girl è cinema che guarda esplicitamente a quello politico degli anni Settanta, da Tutti gli uomini del presidente in poi: quello che interessa maggiormente a Marcimain è utilizzare i canoni del genere per mettere in evidenza le crepe di una società che nasconde le proprie aberrazioni sotto una patina di rigore e austerità. E per fare ciò, dispone di tutti gli elementi necessari per ricreare alla perfezione l’atmosfera dell’epoca: dal montaggio alla colonna sonora, passando per una cura maniacale nei riguardi delle scenografie e dei costumi (La talpa di Tomas Alfredson non è passato invano), il film è una lunga carrellata nella Svezia degli anni Settanta, un ambiente che il regista documenta e reinterpreta con occhio critico e attento.

 

Telecamere, macchine fotografiche, registratori, intercettazioni: è questo il comparto tecnico che Marcimain utilizza per registrare le crepe sotterranee del suo paese, governato da politici che sfruttano i mass media per le proprie campagne a favore dei diritti civili e per l’uguaglianza delle donne, salvo poi abbandonarsi ai più meschini bunga bunga in compagnia di ragazzine quattordicenni. Come nella migliore tradizione dei vari Pollack e Pakula, la verità si scontra con le fredde logiche dei palazzi di potere, trasformando gli innocenti in vittime sacrificali senza più identità (come succede appunto alle protagoniste);  si può recriminare a Call Girl una patina d’antan forse non sempre giustificata, ma la forza del film risiede soprattutto nel voler instaurare un rapporto con la materia messa in scena, guardando al passato per cercare in esso i germogli del presente: per non dimenticare gli orrori commessi tra quelle stesse mura domestiche dove si guardavano i video degli ABBA in televisione. Il tutto reso ancora più potente da una regia tesa e coinvolgente, anche quando troppo presa da zoom e carrellate che fanno molto seventies: ma è sufficiente una sequenza aerea (l'incidente d'auto del poliziotto) per capire che Marcimain ha la stoffa e il talento giusti. Un film di denuncia sociale mascherato da thriller spionistico, che non assume mai toni predicatori ma che, al contrario, predilige il gusto e il piacere del racconto puro (aiutato, va detto, da un cast straordinario, con Pernilla August in testa).

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