TORINO 30 – "Compliance", di Craig Zobel (Rapporto Confidenziale)

compliance craig zobel rapporto confidenzialeTemporaneo black out della mente che racconta questi nostri tempi spersonalizzati, e reso ancor più straniante dallo spunto reale “basato su una storia vera”, Compliance di Craig Zobel è un piccolo apologo sull’asservimento, sulla compiacenza di fronte ai poteri forti che trascende anche la morale individuale.

 

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La storia, esemplare, è quella di una cassiera di fast food che si trova improvvisamente reclusa sul proprio posto di lavoro in cui la manager e i colleghi si trovano a ricoprire il ruolo di momentanei carcerieri, per eseguire gli ordini di un agente di polizia. Presto il pubblico scoprirà che è solo un sadico impostore (con l’effetto hitchcockiano della bomba sotto il tavolo…) trovandosi sempre più a disagio nell’osservare il crescendo della follia collettiva, quella perturbante con volti familiari che rivelano via via il proprio lato oscuro per aderenza alla norma.

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La regia di Zobel si muove sicura –  forse anche troppo… –  fra il palco e il backstage, oscillando dai sorrisi rassicuranti rivolti dagli impiegati ai clienti a ciò che accade dietro le quinte, dove il peso della violenza, psicologica prima che fisica, si insinua sottile tanto nella vittima quanto nei i suoi “aguzzini”, spossati dopo le azioni perpetrate solo per obbedienza e contro la propria etica.

 

La metafora del fast food come luogo emblematico dell’ordine, nuova catena di montaggio, con la sua gerarchia e le sue divise, si presta alla lezione morale impartita dal film: efficace dal punto di vista linguistico, studioso attento dei maestri, Zobel non dimostra però qui la medesima capacità astrattiva né la loro messa in scena chiaroscurale.

Il suo film è fin troppo mirato, deciso a dimostrare la sua tesi. Finendo per apparentarsi più all’operazione de L’onda di Dennis Gansel, che qualche stagione fa aveva sconvolto la cinematografia tedesca, con la sua apodittica parabola sulla fascinazione del Male, sul potere seduttivo dell’autorità, specie sui soggetti più deboli. Entrambi film di grande impatto emotivo, capaci di insinuare il dubbio e porsi come film di denuncia, finiscono però per utilizzare le stesse armi della realtà che vogliono condannare.