TORINO 30 – “Ginger & Rosa”, di Sally Potter (Festa Mobile)

ginger e rosaLondra, 1962. Ginger e Rosa sono nate nel 1945, il giorno esatto della bomba atomica su Hiroshima e sono cresciute inseparabili in un'epoca di grandi turbamenti sociali. Inizialmente, con una scena che le riprende di spalle sull'altalena, mano nella mano (come si tenevano le rispettive mamme sul letto d'ospedale, qualche istante prima del parto), le due amiche sembravano d'accordo su tutto: posizione politica, le marce antinucleare, sul sesso, la religione, la moda. Una crisi affettiva però metterà tutto in discussione: Rosa, la più ribelle delle due, con un'infanzia difficile alle spalle, s'invaghirà del padre pacifista e intellettuale di Ginger. “Coming of age” della regista e sceneggiatrice britannica, autrice, tra gli altri, di Orlando, L'uomo che pianse, Lezioni di Tango, Rage.

 
Due mondi educativi a confronto: Ginger ha un padre che predica l'autonomia individuale, che non si fa chiamare papà, la solitudine come libertà necessaria, Rosa non ha nessun riferimento paterno e la madre manca di autorevolezza. L'apparente libertà di cui godono entrambe e il precorrere eccessivamente le tappe della giovinezza, porteranno in fondo ad una crisi di nervi inevitabile e al rischio di cadere nel baratro dell'indifferenza o dell'ossessione maniacale, per un ideale, verità esistenziali troppo opprimenti in giovane età. Sulle musiche jazz dell'epoca, la musica di Schubert, la lettura di Elliot, le riunioni con attivisti politici, la formazione delle protagoniste è costellata da viaggi in autostop, fughe dalla città in remoti spazi, discussioni accese in famiglia, complicità filiali. Sembra vivere in due anime l'opera della Potter, alla quale va comunque riconosciuta la volontà di scorporarsi da un certo compiacimento intellettuale, alquanto evidente nella sue precedenti opere.
 
La prima anima, quella della parte iniziale, è sicuramente la più convincente, perché la più libera. Nello sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, non ci si perde in fronzoli narrativi, ma sono finalmente le immagini a dialogare. La macchina spesso è a ridosso dei corpi e le tensioni del cuore sembrano trovare un'insperata declinazione, favorita dall'uso degli spazi aperti, incontaminati, ben ripresi e integrati nella storia. Quasi da cinema intimista statunitense. Nella seconda parte, però, ritornano alcuni intoppi tipici del cinema dell'autrice. Scarsa propensione alla sintesi formale e di contenuto, ridondanze di senso non ben controllate. E il cinema s'inceppa. Complessivamente però credo si possa affermare che trattasi della migliore opera di Sally Potter, quella più compiuta e sentita, agevolata anche da un'ottima direzione degli attori, su tutti le due giovani protagoniste: Elle Fanning e Alice Englert.