TORINO 31 – Bulg-Eun gajog (Red family), di Lee ju hyoung (Concorso)

Red family

Il film di Lee ju hyoung non fa sconti e squaderna, con lenta progressione, ma con altrettanto convinto procedere, i propri intenti quasi didattici e se non si trattasse della Corea del Sud saremmo tentati di dire che sia, in fondo, un film di propaganda. In Red family il detto, supera e soverchia il non detto e il dire si trasforma in verbosa parabola assumendo le forme e le soluzioni di una ridondante e scontata arringa che mette tutti d’accordo

Red familyL’ombra lunga di Kim Ki Duk, che ha scritto e prodotto, caratterizza la visione di questo film realizzato da Lee ju hyoung non più giovanissimo regista con un passato di studi in Europa e qui alla sua prima prova sul film lungo.

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Quella che sembra una normale famiglia è, invece, un drappello di agenti segreti infiltrati dal regime comunista della Corea del Nord in Corea del Sud. La loro vita scorre tranquilla anche nei rapporti con i vicini con cui lentamente si instaura un legame che farà scoprire agli agenti segreti il lato positivo dei sentimenti e i valori che avevano perduto accecati dall’ideologia.

Il film di Lee ju hyoung non fa sconti e squaderna, con lenta progressione, ma con altrettanto convinto procedere, i propri intenti quasi didattici e se non si trattasse della Corea del Sud saremmo tentati di dire che sia, in fondo, un film di propaganda.

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Proprio questa assenza di mediazione, corrompe le intenzioni che (probabilmente) hanno ispirato il film. Non si è nuovi alla visione di un cinema che lancia segnali politici, più o meno mascherati da storie ascrivibili alla fantascienza o al filone del film dei sentimenti, ma raramente le segrete intenzioni produttive sono state così esplicite e ineludibili. Ci si accorge, ben presto che tutta la macchinazione serve soltanto a porre in evidenza i guati del regime comunista di Pyongyang e solo collateralmente a guardare all’evoluzione dei caratteri dei personaggi. Le dichiarazioni del regista puntano l’attenzione sul progressivo e inevitabile processo di liberazione da ogni imposizione ideologica che guida qualsiasi comportamento degli agenti segreti e che si frantuma davanti alla consapevolezza che esiste un altro modo di agire guidato dal cuore, dal sentimento e dai rapporti affettivi. Questa scoperta, mettendo a nudo le loro anime, metterà in pericolo le loro vite. Non vi è dubbio che è proprio questo l’aspetto del film che maggiormente va apprezzato. La progressiva liberazione dalle catene ideologiche e dal ricatto del regime che tiene in scacco le proprie famiglie d’origine, costituisce indubbiamente la parte migliore del film in cui ogni intento “politico” sembra svanire davanti all’autentico desiderio di raccontare la metamorfosi e la riscoperta di un mondo di emozioni che gli agenti segreti sembravano avere perduto.

È proprio questa la ragione che ci induce a pensare che questa sia in parte, come si è soliti dire, un’occasione perduta. Red familyInfatti, se gli intenti sono stati questi il racconto attraverso il quale fare emergere questa trasformazione appare inadeguato. La materia che emerge porta con se un peso specifico imponente che sovrasta ogni altra intenzione che non sia quella di una feroce (e giustificata, non è questo il problema) critica al regime della Corea del Nord. La mediazione artistica costituisce un principio generale, anzi un requisito preliminare, sottaciuto e necessario, un patto che si instaura immediatamente tra chi produce e chi fruisce. La violazione di queste regole compromette il valore dell’opera che si trasforma in altro. È così che il film di Lee ju hyoung assume questo tono predicatorio, nonostante la fondatezza dei propri assunti. La metamorfosi artistica di Kim Ki Duk, evidenziata dalle sue ultime prove di regia, si può comprendere anche dalla scrittura di questo film, in cui il detto, supera e soverchia il non detto e in cui il dire si trasforma non in materia di riflessione e sedimentazione, ma in verbosa parabola assumendo le forme e le soluzioni di una ridondante e scontata arringa che senza fare male a nessuno, mette tutti d’accordo.

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