TORINO 31 – C.O.G., di Kyle Patrick Alvarez (Concorso)

Allontandosi dall’originale racconto di David Sedaris, Alvarez prova a dare una propria impronta alla storia rivelando un’ottima prima parte giocata sul contrasto tra il protagonista e l’ambiente umano che lo circonda e un finale di film più debole in cui i personaggi si rivelano troppo macchiettistici per risultare credibili e le frecciate, tipiche del racconto originario, arrivano quasi telefonate

David Sedaris è uno scrittore americano celebre per i suoi romanzi autobiografici in cui descrive esperienze del passato con un umorismo e una ferocia uniche. In uno dei suoi racconti, “C.O.G.” appunto, contenuto nella raccolta “Naked”, viene narrato il suo tentativo di fare soldi vendendo orologi di pietra a forma di stato dell’Oregon. Alvarez, nel suo secondo lungometraggio, decide di partire proprio da questo racconto per descrivere le disavventure di David, un giovane universitario in crisi di coscienza che si trova a dover affrontare bizzarre situazioni: dal raccogliere le mele in un’azienda dove si parla solo messicano, allo sfuggire dalle avances di un operaio che collezione falli di vario materiale, per arrivare a Jon, fanatico religioso, che vuole sfondare vendendo orologi intagliati nella giada e, al contempo, far diventare David un “Child of God”, un “illuminato” da Dio. Sfuggendo al rischio del biopic o di volgere in cinema il linguaggio pungente di Sedaris, Alvarez prova a seguire una propria strada staccandosi dal racconto in sé e inseguendo una ricerca di narrazione consona al suo leggere il racconto originario. E bisogna ammettere che per una buona metà la sua scelta si rivela vincente, eliminando la verbosità letteraria della storia e gestendo le situazioni in modo impeccabile, strappando risate e giocando in modo consapevole sul contrasto tra un protagonista saccente e poco avvezzo al vero lavoro e un insieme di personaggi senza cultura e valori che lo circonda e lo isola senza pietà.

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Ma quando si passa all’episodio del fanatico religioso, nucleo centrale del racconto di Sedaris, tutto cambia. David assume contorni più indefiniti e non risulta più chiaro quale sia il suo vero percorso, mentre dall’altra parte, il personaggio di Jon si rivela troppo macchiettistico per far ridere nel suo fervore, per cui le frecciate al mondo della religione arrivano spuntate e quasi scontate. Alvarez sembra navigare a vista nella seconda parte, forse timoroso del confronto col testo originario, che com’è facile prevedere, rivela tutta la sua forza sarcastica proprio con Jon e l’episodio degli orologi in pietra, risolvendo il tutto con una sorta di “non-finito” che lascia troppi dubbi stilistici e narrativi. Restano, però, due ottimi momenti in questo “C.O.G.”: la “comune” messicana nella piantagione di mele, in cui regna solo la lingua paterna e le regole per far parte del gruppo sono ferree; e le operaie della fabbrica per inscatolare la frutta, fredde ed impermeabili ad ogni rapporto umano. Due sequenze cinematografiche che fanno ben sperare per il futuro del giovane regista americano.

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