TORINO 31 – FRAME 3: Acqua

l'imagine manquante

È l’acqua a essere così cinematografica o è la stessa inquadratura che sta diventano una flood tide? C’è da chiederselo immergendosi nei mille riferimenti ai flussi acquatici che questo Festival ci sta regalando. Proprio in Flood Tide (sezione Onde…) sono le profondità a far riemergere la memoria di una persona scomparsa, “smolecolarizzata”, ritornata come alta marea nelle vite dei suoi conoscenti, mentre inseguono la loro sofferta libertà. Navigando. O in Noche (sempre Onde), fulminante film/cristallo, dove le tracce di memoria di un defunto vengono fuse agli elementi, facendo erompere un sonoro materico che cozza con la natura ferina e immutabile…immergersi sott’acqua, in quella sorta di liquido amniotico che ovatta l'intero film, sembra rimasta l’unica soluzione per ricordare.

Parentesi marina che apre e chiude anche lo splendido documentario L’image manquante (Tff Doc) di Rithy Panh, “acqua dolce e amara” si dice, film che combatte con furiosa lucidità l’anestetica spettacolarizzazione degli orrori novecenteschi sublimati in immagine. La configurazione di una ricerca, di una complessità che deve diventare profondità di sguardo, nell’inquadratura mutevole, mai “una” e per questo “mancante”, che ospita linguaggi altri per costruire un'immagine emotiva e vera degli orrori perpetrati dal regime cambogiano.

Sweetwater (After Hours), poi. Bel western primigenio, che riecheggia l’Eastwood anni ’90, opponendo antifrasticamente l’acqua dolce del titolo a una cronica mancanza d’acqua. Il deserto dello Utah. Siccità morale che rende impervia ogni civilizzazione, che sparge i germi di una violenza endemica e semina alcune contraddizioni ancora oggi non risolte. Stacco. In un’altra sala si proietta l’immortale capolavoro di Arthur Penn Bersaglio di notte (retrospettiva New Hollywood), dove i sublimi e scoordinati movimenti notturni (i night moves) di Gene Hackman pare si siano dati tutti appuntamento nelle profondità marine, con l’adolescente Melanie Griffith che trova per caso il cadavere sfigurato e perturbante (di una Nazione?) che traumatizza l’eroe americano. Un grido dal profondo che non accenna a spegnersi, anche 40 anni dopo.

E poi, ovviamente, il magnifico  All is Lost (Festa Mobile): il profilmico diventa oceano e l'uomo non ha più un nome, retrocede agli istinti primari. Si muore e si rinasce nell'acqua. Odiessea e Sopravvivenza.